Archivio tag: recensione

SCANDAL: LA STORIA DI UN POLITICAL DRAMA, UN PO’ SPY, UN PO’ ROMANTIC.

FacebookTwitterGoogle+Condividi

scandal_ olivia pope e fitzSono lontani i tempi di “The West Wing”, che, nonostante una trama sempre politically correct, resta in assoluto la migliore serie sulla Casa Bianca mai realizzata. Nello studio ovale in questo periodo televisivo, tra House of Cards e Scandal, succedono più casini che nel letto di Brooke Logan.

Parliamo però di Scandal, serie ideata da Shonda Rhimes, la stessa che ha ucciso Derek in Grey’ s Anatomy per intenderci. Siamo ormai arrivati alla fine della quarta stagione e la conclusione è che … Scandal ha “tenuto botta”, come direbbe Renzi.  Merito senza dubbio della Rhimes capace di correggere più volte la scrittura durante le quattro stagioni salvando la storia dal vortice eccessivamente surreale in cui stava cadendo.

La serie nasce fondamentalmente con una struttura orizzontale. Durante la prima stagione, ogni puntata si apriva con un “scandalo” istituzionale-governativo che Olivia Pope, personaggio che rivaluta le quote rosa, risolveva alla fine. La trama verticale riguardava, più che altro, le vicende personali dei protagonisti, prima fra tutte la storia d’amore fedifraga tra Olivia Pope e il Presidente degli Stati Uniti, così romantica che in alcuni momenti ha fatto impallidire pure il post it di matrimonio tra derek e meredith di grey’s anatomy. Poi all’improvviso è cambiato tutto e, puntata dopo puntata, la serialità verticale ha preso il sopravvento. Sono intervenute associazioni governative segrete, stanze di tortura, imbrogli, bugie e colpi di scena.

Parecchi spunti, quindi, che per essere sviluppati avevano bisogno della serialità verticale, quella che a ogni puntata lascia lo spettatore con il fiato sospeso.

Ed è qui che la Rhimes ha tirato un po’ troppo la corda rischiando di cadere in uno spy drama di basso livello. E’ riuscita però a fermarsi in tempo, restituendo dignità alla trama orizzontale e lasciando a margine quella verticale, in modo da permettere allo spettatore di dimenticare un po’ di abusi di sceneggiatura e tornare a concentrarsi sui fantastici vestiti di Olivia Pope e sulla sua storia d’amore con il Presidente, uomo che, al contrario, sbiadisce le quote blu. Un fregnone attaccato al cappotto di Olivia. Certo con i cappotti che mette lei pure io ci starei attaccata, ma sarei spinta da altre motivazioni.  Intorno a lui ci sono complotti, sabotaggi, persone che nel migliore dei casi vengono uccise, nel peggiore torturate da gente al cui confronto Dexter è un giocatore dell’allegro chirurgo e lui continua a fare l’innamorato adolescente. E che negli Stati Uniti non ci sono i grillini a denunciare i complotti non può essere una giustificazione.

Comunque lo spy drama a Shonda piaceva parecchio. Ha avuto solo bisogno di una stagione di passaggio per capire come riattivarlo. Poi, indovinate un po’, pensa che ci ripensa, ha optato per una morte. Me la immagino a fare la roulette russa con i personaggi principali e nel dubbio intanto decidere di far morire il figlio del Presidente, fatto appositamente tornare dal college dopo che per tre stagioni non lo aveva mai visto nessuno. A questo punto era talmente sicura di aver preso la strada giusta che a fine stagione non ci ha nemmeno lasciato con il dubbio su chi fosse l’assassino, rivelato però solo al pubblico e non ai personaggi. Solo Harrison, collaboratore di Olivia, scopre tutto. E muore. Una vittima la roulette russa doveva pur farla.

La quarta stagione è dunque iniziata con una trama verticale di quelle belle ripide. In 12 puntate, si è svelato il giallo sulla morte del figlio del presidente e, colpo di scena, lo ha capito pure Fitz. Lui e Olivia si sono baciati, lasciati e poi giurati di andare a vivere nella casa super lusso in Vermont. Tutto tre o quattro volte. Anche Jake e Olivia si sono baciati tre o quattro volte e pure loro giurati di tornare nell’isola deserta. Praticamente al momento, l’unica certezza sentimentale della Pope  riguarda il settore immobiliare.  Di sicuro non andrà a vivere in un monolocale.

Sempre durante la quarta stagione, Olivia è stata rapita, liberata ed è stato smantellato un complotto che al confronto le scie chimiche sono diventate biologiche, l’America è entrata in guerra per salvare Olivia nonostante pure lei senza parrucchiere avesse i capelli crespi, i terroristi sono stati sconfitti con disonore e il vice presidente con un’iniezione che gli ha procurato un ictus, uno scandalo omosessuale ha coinvolto il capo dello staff della casa bianca che alla fine sposerà un gigolò di cui però è innamorato, la Cia e tutto lo staff stavano per coglionare il Presidente e lui ovviamente non aveva capito nulla.  Ma tranquilli, tornata Olivia ci ha pensato lei a dirgli che era stato un idiota a entrare in guerra e far morire soldati americani solo per questioni ormonali tra loro due. Questo dopo che Mellie, la first lady, qualche scena prima gli aveva estorto la promessa  di farla diventare presidente al posto suo. Che probabilmente è stato il momento più verosimile di tutte e quattro le stagioni.

Clinton e Hilary devono aver avuto una conversazione simile qualche anno fa.

Insomma, alla fine Fitz si ritrova senza amante e senza nemmeno più la presidenza.

In tutto questo, nonostante la serie possa essere senza dubbio definita politicamente scorretta, il momento dedicato alla commemorazione dei soldati caduti in guerra permette a Shonda di fare pace con il suo patriottismo. Nessuno sceneggiatore americano è immune dalle commemorazioni.

Adesso bisognerà attendere la fine della quarta stagione per capire che svolta verrà data alla storia. Io punto parecchio sull’ipotesi figli extra coniugali dei genitori di Olivia, che non credo avessero la fedeltà coniugale tra i loro pregi. Arriverà un fratellastro di Olivia che la madre terrorista ha allevato come spia del Kgb o una sorella che il padre assassino e torturatore ha trasformato in un sicario? Intanto è indispensabile che qualcuno mandi i servizi segreti a cercare gli attributi che il Presidente ha perso più o meno a metà della prima stagione, perché poi è un attimo che alla Casa Bianca ci ritroviamo Frank Underwood.  E poi sarebbero cacchi pure per Olivia, che un conto è Mellie, un altro è Claire Underwood.

SANREMO 2015. THE FIRST DAY AFTER

Recensione n. 6

Dopo i tentativi di snaturare il festival di Sanremo, accennati da Bonolis e tristemente conclamati da Fazio, con la sessantacinquesima edizione siamo finalmente tornati alla versione originale del festival, quella senza pretese di intellettualismi, di battute a ogni costo, di gruppi di autori snob con la puzza di quotidiano sotto le dita che battono sulla tastiera.

Ma andiamo con ordine.

L’anteprima. E’ tutta dedicata ai cantanti che raccontano il loro approccio a questo festival. L’idea è buona e originale, nel senso che qualcuno si è messo lì a pensare come cominciare. Che è quello che dovrebbero fare normalmente gli autori. Operazione più facile con un conduttore non egoriferito. E’ stata un po’ lunga, in verità. D’altronde i tempi dell’anteprima li dettano i blocchi pubblicitari. Quindi, assolvo gli autori.

Il conduttore. Carlo Conti è stato perfetto. Non ha sbagliato nulla. Ha condotto Sanremo nella consapevolezza di essere il presentatore del festival della canzone italiana e non il rivoluzionario che vuole muovere il popolo alla presa del cavallo Rai di Viale Mazzini.

Le vallette. Arisa ed Emma erano emozionate ma alla fine non sono sembrate due deficienti. Sono state quelle che conosciamo, un po’ bambaciona, Arisa e quella con “tutto lu core” Emma. La loro dizione la commenterò quando diventeranno insegnanti di un corso di italiano in streaming. I loro vestiti quando ne indosseranno uno che possa essere considerato tale.

La donna di Raul Bova. Stupenda ed elegantissima in Armani Privè sguazza con grazia e agio nella sua più totale inutilità.

La famiglia numerosa. Il pater familias bigotto sarà pure unto dallo Spirito Santo, ma caspita deve avere gli spermatozoi che si trasformano in un razzo missile con circuiti da mille valvole. Oltretutto, facciamoci due conti. Che se i Dear Jack non li contiamo come uno solo, va a finire che la famiglia più numerosa sul palco dell’Ariston l’ha portata Maria De Filippi.

Tiziano Ferro. Immenso. A quello che lo ha lasciato e fatto soffrire auguro di diventare etero e di innamorarsi della Santanchè. Ricambiato.

Alessandro Siani. Il vuoto co(s)mico.

Al Bano e Romina. Così trash che loro sono diventati icone vintage e noi fan sovietici infervorati. Carlo Conti ha acclamato il bacio. Fazio avrebbe mandato un filmato sulla guerra fredda e chiesto se Putin mangia con la bocca aperta o chiusa.

I cantanti. Al primo ascolto giudico solo i vestiti. Vince lo Stella McCartney di Chiara. Parliamo di vestiti. Che nessuno pensi provo empatia per il suo parrucchiere o per il suo truccatore.

I contenuti. Chiariamo subito una cosa. Report deve avere contenuti. Presa Diretta deve avere contenuti. Sanremo no. Pretendere contenuti da Sanremo è come pretendere la sobrietà da Pomeriggio 5. Sanremo sono le vallette che fanno il “noi abbiamo fatto sanremo perché…” e prendono in giro il conduttore. E, per la cronaca, non è Carlo Conti ad aver copiato Fazio e Saviano. Sono loro che hanno copiato il “noi che” che Carlo Conti ha sempre fatto a “i migliori anni”.

The Americans alla vodka_recensione n. 4

the americansIngredienti:
Libro di storia
Pantaloni a zampa (vi verrà voglia di metterli)

Il riferimento a qualcosa condito con la vodka se avete più di 30 anni vi riporta inevitabilmente agli anni Ottanta.  Se ne avete meno, in discoteca,  e in questo caso vi odio.

Comunque qui parliamo di The Americans (la seconda stagione è in questo periodo in onda su Fox), serie tv americana ambientata appunto nei primi anni Ottanta, quando in Italia stavamo, ahinoi, appena scoprendo la moda “paninara” e negli Stati Uniti invece si facevano ancora vedere le influenze degli anni Settanta con i pantaloni a zampa e le gonne a ruota al ginocchio.

Scusate la digressione sulla moda.  The Americans è tutt’altro. E’ una serie tv che parla di spie. Ed è una delle serie che in Italia è più sottovalutata dei reggiseni in cotone di Tezenis. Dicevamo, sono i primi anni Ottanta e siamo in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Philip ed Elizabeth sembrano una classica coppia americana. Due figli, la cucina con l’isola e i pan cake a colazione. In realtà sono due spie del KGB infiltrate nel territorio nemico, che vivono di fronte a un agente del FBI che si occupa appunto del KGB e che crede di aver sedotto una donna russa per avere informazioni riservate ma in realtà il sedotto fesso è lui.  Ah, dimenticavo. Philip è sposato parallelamente anche con una dipendente del FBI. La zitella sfigata che pur di avere un uomo vive con il prosciutto sugli occhi. Certi personaggi sono trasversali. Li puoi trovare in The Americans tra le spie o in Sex and The City tra le scarpe di Manolo.

Raccontata così, starete pensando o che ci sono buoni motivi per sottovalutarla o che io mi sia scolata la bottiglia di vodka di cui sopra.

E invece no, la parte romanzata nella sceneggiatura occupa solo il minimo indispensabile per distinguere una serie da un docureality, probabilmente perché a scriverla è stato Joe Weisberg, agente della Cia attivo fino ai primi anni Novanta. Per il resto basta andare a recuperare i ricordi di quanto studiato sui libri di storia del liceo per capire che la storia è perfettamente contestualizzata, sia a livello di azione sia di psicologia dei personaggi che non risultano mai delle macchiette ma sono interpreti credibili di una storia credibile.

Il punto di forza della sceneggiatura è proprio la capacità degli autori di definire la psicologia dei personaggi. Lui, il fantastico Matthew Rhis che avevamo lasciato a fare commoventi dichiarazioni d’amore al suo compagno in Brothers & Sisters, è un agente che obbedisce al KGB, anche se a tratti mostra dei segni di cedimento alla cultura americana. Insomma in Italia sarebbe finito a rimandare una missione per mangiarsi una carbonara davanti alla partita. Lei algida e spietata, russa più dell’insalata, alla fine è comunque una madre e “i figli so’ piezz e core” anche se sei del Kgb e uccidi gente senza pietà. Loro insieme sono una coppia nata sulla carta per volere della madre patria ma che inevitabilmente e a modo proprio ha iniziato ad amarsi e a litigare. Magari su come uccidere qualcuno e non perché lui ha lasciato la tavoletta del water alzata, ma d’altronde ogni coppia ha i problemi che merita. I loro figli invece sono americani, non conoscono la vera identità dei genitori e vengono educati nel rispetto dei valori del paese in cui sono nati. Pensate di essere della Roma e vedere i vostri figli che crescono tifosi della Lazio. O di essere Borghezio e vedere i vostri figli crescere convinti che siamo tutti uguali.

Comunque, io ogni volta che guardo una puntata mi ritrovo sempre a fare le stesse considerazioni:

  1. a me sfugge completamente il concetto di attaccamento alla patria. Insomma, io la vita non la rischierei mai per un paese dove c’è Calderoli in Parlamento.
  2. Fare le spie negli anni Ottanta era parecchio più facile. Senza smartphone, localizzazioni, gps, telecamere a ogni angolo di strada o doppie spunte blu di whatsapp ci sono molte meno variabili da considerare. Anche mettere le corna negli anni Ottanta doveva essere parecchio più facile. Per fortuna io ero troppo piccola per essere cornuta.
  3. Fbi, Kgb, anni Ottanta o nuovo millennio, nessuna app super tecnologica potrà sostituire la strategia più vecchia del mondo per coglionare un uomo. Il sesso.

PROJECT RUNWAY ITALIA: IL FORMAT SFILA IN PASSERELLA. E CADE.

Project Runway Italia

Dal sito di Project Runway Italia

Ho cercato di non essere impulsiva. Mi sono detta che una volta non basta. Che dare una seconda possibilità è segno di maturità. E così dopo la prima volta c’è stata una seconda e poi anche una terza, ma le prestazioni non sono mai migliorate. D’altronde arrivata a una certa età lo capisci subito quando bisogna cambiare. Il canale della tv, intendo.  E’ una vita che guardo la televisione, ormai lo capisco subito se io e un programma andremo d’accordo in buono e cattivo share finchè la fine della stagione non ci separi. E con Project Runway Italia è stato come un primo appuntamento con un uomo che ti arriva a cena con il calzino bianco. Che non arriverete da nessuna parte lo sai già dall’antipasto.

Quello americano è meglio. Di Project Runway, intendo. Non di uomo.

Dunque, io di principio non sono contraria ai format. Le idee buone è giusto vengano riproposte e condivise. Certo anche stimolare le idee e la creatività di autori italiani non sarebbe sbagliato piuttosto di andare in giro per il mondo con la carta copiativa e riportare in patria le fotocopie. Alla fine è questo quello che sono. Chiamarle format è solo più glamour.

Comunque non è questo il posto per parlare di come in Italia avere idee sia considerato un optional troppo costoso, quindi concentriamoci sulla versione italiana di Project Runway, format americano di successo sul mondo della moda. Si quella cosa lì, quella per cui l’Italia è famosa nel mondo ancora di più che per la mafia. Peccato ci siano voluti gli americani per fare un format di successo sull’argomento. Format che noi, o, meglio, la Fremantle Media ha recepito dopo ben 11 stagioni di show condotto da Heidi Klum e di cui io, che ve lo dico a fare, mi sono persa pochissime puntate

La struttura è quella snella e lineare a cui ci ha abituato anche Masterchef. Niente menate, poco spazio a chiacchiere inutili e montaggio di 50 minuti attraverso cui la puntata si sviluppa seguendo sempre lo stesso canovaccio (in realtà nella versione italiana si accenna a un minimo di backstage).  I protagonisti sono gli stilisti e il loro lavoro. Niente di più facile, avranno pensato.  Se Masterchef  è diventato un programma cult con quelli che tagliano le verdure figurarsi cosa può succedere con uno in cui i concorrenti tagliano sete e pizzi. Beh, può succedere che non va.  Il trucco del buon format è rispettarlo rendendelo appetibile al pubblico della nazione in cui va in onda. Con Masterchef ci sono riusciti, con Project Runway no. Qui i motivi, non in ordine di importanza.

  1. Quando si sceglie una conduttrice per un programma italiano, bisognerebbe cercare una che sappia condurre o, in alternativa, che sappia almeno parlare italiano. Che Eva Herzigova non sappia fare entrambe le cose è inconcepibile.
  2. Quando nella versione americana Tim Gunn parla con gli stilisti io faccio subito mente locale per ricordare se ho abbinato bene mutanda e  reggiseno che ho paura mi veda e mi rimproveri. Quando vedo Ildo Diamanti mi compare il pigiamone di flanella che vuole essere indossato. E lo stesso deve accadere anche ai concorrenti che ascoltano i suoi consigli. Per fare il contrario. (sbagliando, perché loro non sono nessuno e lui è uno stylist).
  3. Passi il rispetto della “liturgia” per spiegare i meccanismi… “nella moda un giorno sei in quello dopo sei out” ecc. ecc., ma il pericolo è che per annettere la conduttrice di Project Runway Italia alla caricatura di Heidi Klum non ci sarebbe nemmeno bisogno del referendum.
  4. I giudici è evidente siano due grandi professionisti, ma televisivamente parlando non reggono. Insomma, se a Manuela Arcuri del Grande Fratello bisogna regalare un’opinione, a Tomaso Trussardi e Alberta Ferretti dovrebbero regalare un’emozione. Hanno l’empatia del velo color carne messo come inserto sulla scollatura di un abito da sera. Così, per dirla fashion.
  5. E alla fine loro, i concorrenti. Una massa di soggetti così presuntuosi che magari si sentissero Valentino Garavani. E invece no. D’altronde Valentino è così antico e ripetitivo con quel rosso. Loro si sentono… Enzo Miccio. Che fa più moderno televisivo.  E noi ce ne accorgiamo a ogni strillo.

GRANDE FRATELLO 13. 10 MOTIVI PER CUI AVREI VOLUTO CHE IL FRATELLO FOSSE FIGLIO UNICO.

GRANDE FRATELLO 13Mentre il web si interroga se guardare il Grande Fratello fa radical chic, hipster oppure semplicemente ignorante, io, in attesa di essere categorizzata, ho tentato, impavida, l’approccio con la prima puntata del Grande Fratello 13. Primo, perché a me l’idea del Grande Fratello è sempre piaciuta, due perché spero che dire agli intellettuali a ogni costo “io guardo il GF” abbia su di loro lo stesso effetto che una treccia d’aglio ha su Dracula. Li uccida all’istante. Ah no scusate, rettifico la metafora fantasy con una più colta che quella su Dracula magari non la capiscono… che subiscano l’epilogo di 1984 di Orwell. Al posto dei topi però ci metterei una D’Urso intervista in loop.

Detto questo, capirete che dover riconoscere che la prima puntata non sono nemmeno riuscita a vederla tutta mi dispiace molto. Una cosa positiva però voglio dirla, la parte che ho visto è stata più interessante di un documentario sull’accoppiamento delle rondini. In bianco e nero e senza sonoro.

In poco più di due ore, ahimè, ho trovato ben 10 motivi per rimpiangere di dover vedere il Giudice Meschino su rai replay.

1. io adoro Alessia Marcuzzi, i suoi stivali di Isabel Marant e tre quarti del suo guardaroba, ma non mi deve strillare nelle orecchie. Soprattutto di lunedì sera. Manco avesse tre anni e stesse davanti a Peppa Pig. Ieri comunque aveva delle scarpe bellissime.

2. Il Grande Fratello non ha identità. Non è cinico come può essere un Masterchef, ma nemmeno patetico come C’è Posta per te. E’ quella noiosa via di mezzo, in cui buonismo e “cattiveria” si incontrano e vanno a prendersi un caffè al bar. E si smezzano pure un cornetto, magari.

3. Manuela Arcuri. Ma la produzione quale target di pubblico ha pensato di colpire chiamandola a fare l’opinionista del Grande Fratello? Di sicuro la fascia a cui appartengo io l’ha colpita in pieno. All’istinto di sopportazione.

4. Forzare la creatività dovrebbe essere considerato un reato. E gli autori del GF sarebbero indubbiamente colpevoli, con l’aggravante della poca furbizia. Cavolo, non riuscite ad avere un’idea buona che sia una… ma ve lo devo dire io che il vintage va di moda? Potevate riproporre la stessa versione della prima edizione. Ci mettevate un 2.0 accanto e oltre a essere stati vintage sareste stati anche cool. Avete fatto le primarie per i concorrenti del GF, roba che io vi manderei a scrivere il seguito di Topazio.

5.  Ho letto “I miei valori” a caratteri cubitali nella scheda di Modestina, la bonazza che non ha mai dato un bacio. Sta cosa dei valori fa tanto democrazia cristiana. E anche Miss Italia. Che poi attenta Modestina… pure la Fico era vergine quando è entrata in quella casa.

6. Sottolineare l’ignoranza delle persone per far ridere è una cosa insopportabile e becera. A far divertire dovrebbero pensarci gli autori, senza sfruttare le lacune degli altri. Lo sbaglio del congiuntivo is the new scivolata sulla buccia di banana. Non fa più ridere. Anzi, fa riflettere. Come fanno a non rompersi il femore questi che cascano sempre?

7. La ridicolizzazione dei concorrenti. Se mostri la clip di un concorrente che dice che gli piace vestirsi bene e poi tira fuori degli improbabili completi lucidi, induci le persone a ridere di lui. Che è un concetto leggermente diverso da quello del ridere grazie a lui.

8. La romana coatta, la napoletana sguaiata, l’ottimista senza un braccio, la presuntuosa, la gatta morta, gli strambi. Non ci sono i concorrenti, ci sono i soliti personaggi. Quindi toccherà a me puntare sull’originalità della critica. Dunque, con la seconda puntata non ci ricasco nemmeno se arriva la frigida della Nespresso e mi dice che George Clooney is inside.

9. Dopo gli occhi lucidi dell’Arcuri al momento della presentazione della ragazza senza un braccio, ho aperto il frigo e ho detto “cipolle andate a Cinecittà e insegnate all’Arcuri come si piange”.

10. Mi sono addormentata e ho sognato Michael Jackson che mi chiedeva quanti punti di somiglianza trovavo tra il suo naso e quello della Marcuzzi. Se avessi visto Zingaretti su Rai Uno, i miei sogni sarebbero stati tutti di un altro tipo…

SANREMO IN LIBERTA’ VIGILATA. LA SECONDA SERATA DEL FESTIVAL DI SANREMO 2014

Fare una cosa più triste della prima serata di Sanremo sarebbe stato possibile solo trasformando il palco dell’Ariston in Montecitorio. Quindi è evidente che la seconda puntata sia stata leggermente migliore, anche perché oltre ai 7 big si sono esibiti anche i primi 4 giovani. Più canzoni, quindi gli autori hanno avuto meno tempo per fare danni, anche se comunque si sono difesi bene. No, Renzi. Non difesa in quel senso. Non lo puoi trovare qui il ministro che ti manca. Comunque, cominciamo dall’inizio.

C’era una volta un telecomando in cui alle 20:30 di mercoledi 19 febbraio è stato premuto il tasto 1 e….

Pif.  E’ bravo. Il caso “Gianfranco Augus” glielo invidieranno tutti. Da Linea Gialla a Quarto Grado. Che in 20 e passa anni da inviato a Sanremo non gli sia mai stato permesso di vedere una puntata del Festival è roba da chiamare i servizi sociali. E farlo affidare a Pomeriggio 5.

Gli autori. Voi, che avete permesso di aprire la seconda serata del Festival con una marchetta alla fiction Rai sul maestro Manzi che a pensare qualcos’altro vi si consumavano i neuroni, voi che avete ideato uno scambio di battute tra Fazio e Litizzetto su ciò che è bello così pieno di luoghi comuni che adesso ci fanno una Lonely Planet,  voi che avete messo in bocca alla Littizzetto la battuta sui cantanti che non hanno il cognome mentre stava accanto a Franca Valeri,  voi che, ditemi un po’, quale giubilo credevate potesse provocare in noi vedere uscire Fazio in vestaglia e pigiama, voi, si proprio voi,  #uscitedaquestosanremo e andate a scrivere la lista della spesa alla signora Mariusccia.

Fazio&Littizzetto. Io ho il dubbio che abbiano scazzato. Che Fazio non sia in forma smagliante è visibile a occhio nudo. Ci sono bimbi di Io ti lascio una canzone che pesano molto più di lui senza essere obesi. E si sa che quando uno mangia poco poi diventa nervoso. La Littizzetto, dal canto suo, è una che ha il pirla facile. L’alternativa per spiegare l’aria cupa di questo Sanremo è che c’è un complotto. I poteri forti, le banche, il tredicesimo apostolo. C’è qualcuno che trama. Se questo Sanremo va parecchio male, il conduttore dell’anno prossimo non potrà che migliorare. Oh, ma non è che alla fine alla De Filippi è venuta voglia di condurre il Festival?

I cantanti. Un sorteggio infausto ha concentrato i dispensatori di morfina in mi minore tutti nella prima puntata, quindi con le esibizioni di ieri pareva di stare al Carnevale di Rio. Forse è per questo che Noemi si è travestita da Cenerentola esistenzialista.

I presenter. Kasia Smutniak indossava un vestito bellissimo. Il resto, se lei ha deciso di non dirlo, sono evidentemente fatti suoi. Che se la Lucarelli ha parlato di “tragica meraviglia della vita” , tremo a pensare al servizio che faranno a Pomeriggio 5.

 Claudio Baglioni. Le sue canzoni le conoscono tutti. Anche quelli che per principio non vorrebbero saperle perché Baglioni …. è Baglioni. Alle loro orecchie non viene il cerume solo se ascoltano il sound contemporary fusion del jazz non omologato. Roba da pulirsi le orecchie con il cotton fiok dopo aver ascoltato Claudio. E invece poi alla fine… ma che Amore bello non l’ha fatta? 

Franca Valeri. Mi sono già beccata accuse sparse di cinismo e poca sensibilità. Dunque. Per me non è questione di bravura, di dignità, di immortalità, di immensità, di incommensurabilità o di tutti gli altri paroloni che hanno tirato fuori per elogiare la signora Valeri. Che a noi italiani ci parte la retorica di default in queste occasioni. E’ che di quello che ha recitato si è capito poco o nulla. Per me meritava un tributo. Un lunghissimo applauso. Non la tenerezza. 

Rufus Wainwright.  Ospite straniero che canta. Poeta della musica, dicono gli esperti. Un tantino lagnoso. Ma d’altronde manco Dante era na botta di vita.

SANREMO UCCIDE SOLO A FEBBRAIO. LA PRIMA SERATA DEL FESTIVAL DI SANREMO 2014

Prima serata festival di Sanremo 2014Anticipazioni. Della prima serata di Sanremo non salvo nulla, cosa che mi è capitata spesso anche con gli uomini che ho amato. Li amavo lo stesso, però. Follemente.  (Valeria Thecityblogger Wilde).

Non c’è bisogno di inventarsi una parola per definire la prima serata del Festival di Sanremo 2014. Nel vocabolario esiste già. Brutta. Una cosa da class action contro la creatività degli autori, che meriterebbero di indossare magliette con su scritto “le mie idee provocano letargia” o “nuoccio gravemente al telespettatore rai” o ancora “causo inesorabile voglia di cambiare canale”. Di sicuro, comunque, gli autori soffrono di disfunzioni temporali. O volevano il rolex per capire i tempi sufficienti a un’esibizione in cui Fazio e Casta cantano e ballano insieme? 5 minuti potevano calcolarli pure contando 5 volte fino a 60 o una volta sola fino a 300.

Ma cominciamo dall’inizio. Sono le 20:30 di martedì 18 febbraio.

Pif. Usare lo stesso registro per La mafia uccide solo d’estate e per il pre Sanremo può essere un filino controproducente. Perchè? Beh che Sanremo è Sanremo dovrebbe essere sufficiente come spiegazione.

La scenografia.  Verrà venduta a Mediaset per rilanciare il gioco dei 9.

L’inizio. Il sipario non si alza. Probabilmente aveva assistito alle prove e con un gesto eroico voleva risparmiarci lo spettacolo. Tentativo vano. Fazio entra lo stesso con un discorso sul treno deragliato, sulla bellezza, chissà se con il vestito nero vanno bene gli stivali bassi. Scusate quello sul vestito nero è un pensiero mio. Al secondo rigo di quello che ha letto Fazio ho iniziato un attimino a pensare ai fatti miei, che non ci sono più le mezze stagioni e decidere cosa mettere è sempre più difficile.

Il minacciato suicidio. Le uniche spiegazioni alla reazione di Fazio di fronte ai due cassaintegrati che minacciavano di buttarsi dalla balconata delle luci dove c’erano le luci ma non i tecnici sono o che era fatto di bromuro. O che aveva un calo di zuccheri derivante dalla evidenza assenza di carboidrati nella sua dieta. O che sapeva sarebbe accaduto. Grillo comunque mentre predicava fuori dal teatro ci ha tenuto a specificare di non averli mandati lui i cassaintegrati. E dimostra di avere almeno una consapevolezza. Il livello della considerazione che abbiamo di lui.

Luciana Littizzetto. La scusa plausibile della donna intelligente che sa prendersi in giro finisce quando per il secondo anno consecutivo cammini come una sciancata su un paio di tacchi che hanno pure il plateau, ti metti un costumino adamitico per fare un balletto, giochi continuamente ad alzarti la gonna e a fare riferimenti sessuali manco stessi facendo la parodia di Lolita, non riesci a presentare un cantante seriamente evitando battutine che fanno tanto cinesanremone, parli in tonalità “disturbia” e, soprattutto, quando ascoltandoti, uno dice “dai, però questa faceva ridere”.

 L’omaggio a De Andrè.  Immaginate di morire. E che Barbara D’Urso faccia un servizio su di voi. Ecco, nonostante l’omaggio di Ligabue, Fabrizio De Andrè deve aver provato la stessa sensazione ieri mentre veniva ricordato a Sanremo da un Fazio commosso che stringeva la mano a Dori Ghezzi. Quanto gli piace a Fabio Fazio fare l’amico delle vedove.

Laetitia Casta. La versione ufficiale concordata è che è una ragazza acqua e sapone, elegante e con grazia innata. Ma che per caso la Ladurèe ha minacciato di sospendere la produzione di macarons in Italia se se ne parla male? La sua presenza sul palco è stata come la capocciata di Zidane a Materazzi. Gratuita, non nel senso di non ricompensata, e dolorosa. E’ stata la punizione di Hollande per aver ironizzato sulle sue tendenze fedifraghe, mandata dall’Eliseo come avvertimento di smetterla se no la prossima volta ci rimandano indietro direttamente la Bellucci. E poi, comunque, acqua e sapone un cavolo. Quello sui denti era rossetto rosso. Inequivocabilmente.

I cantanti in gara. Ho individuato in Cristiano De Andrè e in Antonella Ruggero i momenti pipì delle prossime puntate. Che quando si avvicina l’estate a una corretta diuresi bisogna iniziare a pensarci.

Raffaella Carrà. Io posso diventare l’incubo dei dj che a una festa non mi mettono almeno una canzone di Raffaella Carrà. E quando dico incubo intendo tipo Glenn Close con Michael Douglas in Attrazione Fatale. A un certo punto, però, bisognerebbe accettare di essere ricordate. Insomma, quando una è già diventata mito, perché si ostina a voler essere vintage, cantando canzoni improponibili, forzando il movimento di un bacino avvolto in un paio di pantaloni stretti attorno alla zona pelvica come un laccio emostatico? E adesso mandatemi pure a fare pace con la mia totale inettitudine a concludere un piegamento sulle ginocchia senza giocarmi rotula, menisco e mezza spina dorsale.

I presenter. Se la Rai non butta soldi a cavolo gode solo a metà. E così ecco quelli che devono leggere il nome della canzone vincitrice tra le due presentate da ogni cantante. Almeno però ho la scusa di dire una cosa positiva sulla prima serata del Festival. Bello il vestito della Capotondi. Ma le due tuffatrici avevano per caso  camminato di lato contro il phon? Scusate dove compensare. Non sono ammessi buonismi dopo ieri sera.

Fabio Fazio. Basta. Il bonus del giuggiolone ha una scadenza. E quindi alla fine di una serata che non si è contraddistinta per la conduzione brillante se a Cat Stevens lo guardi negli occhi, ruoti leggermente la testa a destra, sfoderi una voce da doppiatrice di Peppa Pig e gli chiedi,  “torni anche domani?” e insisti pure, io penso che sei una tredicenne in crisi ormonale che sta parlando con Violetta. Quello è tornato in camerino e ha aggiornato il testo di Father and Son, inserendo i pericoli di trovarsi di fronte a un presentatore italiano che fa il groupie in eurovisione.

Una parola sulla performance di Cat Stevens. Un contentino, emozionante, per una serata che non poteva essere risollevata nemmeno con il concerto degli One Direction se la platea fosse stata composta di donne under 18. Si sarebbero tutte addormentate prima.

Il PECCATO E LA VERGOGNA 2, IL LATTE E LE GINOCCHIA

ArcuriArrivo un po’ in ritardo con questo post, ma non potevo rendere vano lo sforzo di aver visto la prima puntata de Il Peccato e la Vergogna 2, la fiction cominciata venerdì scorso su Canale 5 con protagonisti Gabriel Garko, Manuela Arcuri e Francesco Testi. E’ che la sera ho dovuto calmare i miei cani. Hanno sentito abbaiare per un’ora e mezza e ci ho messo po’ a convincerli che né c’erano altri cani in casa né Rex in televisione.  La casa di produzione, come chiaramente si evince dal titolo composto da due sostantivi, è la Ares. A loro questi titoli piacciono un casino. L’onore e il rispetto, Pupetta, il coraggio e la passione. Pensano che articolando un titolo poi non ci sia bisogno di articolare pure le battute.

E chi di doppie parole titola, di doppie parole viene recensito. Il latte e le ginocchia. Questo il risultato alla fine della visione della prima puntata de Il Peccato e la Vergogna. E il latte non era nemmeno parzialmente scremato. Era intero. Pensate che pesantezza sulle mie povere giunture. Comunque, il duo Garko-Arcuri continua a manifestare le sue doti trascendentali. Sti due si guardano negli occhi ma sembra sempre che stiano guardando il vuoto dell’infinito. Gli sguardi persi lì. Nell’altrove. Quello del nichilismo delle espressioni. Tra i due c’è Francesco Testi, l’uomo con il corpo di Big Jim e lo sguardo da Puffo giuggiolone. Le scene di sesso tra lui e l’Arcuri hanno la carica erotica di una puntata di Peppa Pig.

La seconda stagione de Il Peccato e la Vergogna si apre con il riassunto delle puntate precedenti fatto dalla stessa Arcuri. La sua voce racconta, mentre il suo personaggio è steso su un letto intento a partorire il secondogenito per fiction. Le urla e gli sguardi sono quelli di una che ha appena realizzato che i bambini non li portano le cicogne. Suo figlio reale, che stava dormendo sereno nella placenta, dall’ultima ecografia risulta avere le mani attaccate alle orecchie. Sul cordone ombelicale è comparso il messaggio: “allo scadere del tempo, giuro che verrò fuori in tre secondi, ma impeditele di urlare così”.

Una cosa però mi chiedo. Io credo che per un attore le difficoltà di recitare in un dialetto diverso dal proprio siano reali. E allora qual è la scusa della Arcuri per giustificare il fatto che è nata ad Anagni, ma quando recita in ciociaro sembra invece un carlino milanese che abbaia in ciociaro? Oh, scusate. Volevo dire che… sembra un’attrice milanese da 5 generazioni che recita in ciociaro. La frase di prima l’ha scritta il mio cane. Si sente particolarmente coinvolto in questa recensione.

Comunque, gli sceneggiatori de Il Peccato e la Vergogna stanno almeno 3 mojito dietro quelli di Pupetta Il Coraggio e la Passione. Sono più sobri. E’ che la produzione ha tagliato i fondi al beverage. Così è successo che nei momenti di crisi creativa invece che all’estro alcolico, gli autori  hanno dovuto far ricorso al flashback, facendoci rivivere interi spezzoni della stagione precedente, che le crude scene naziste recitate da Garko occhi di ghiaccio fanno sempre breccia nel telespettatore. Non sia mai fossimo riusciti a dimenticare. 

Parliamo però dei personaggi di questa fiction. I protagonisti sono tutti semplici. Insomma, a parte quelle sociali inevitabilmente derivanti dal contesto storico della fiction, anch’esse peraltro trattate superficialmente, non si affrontano questioni filosofiche e nemmeno si discute del valore economico della BCE. Privarli di profondità d’animo e di personalità però mi sembra una punizione eccessiva per non aver studiato Kant e non essersi iscritti a nessun master di economia. Ne Il peccato e la Vergogna, i protagonisti vengono rappresentati con le capacità cognitive ed emotivi basiche dei ragazzini della prima elementare. Solo che non parlano di Peppa Pig e non cantano le canzoni di Violetta. E per fortuna, aggiungerei. Arcuri e Garko mi è bastato sentirli recitare.

Dopo la fine della prima puntata e alla vigilia della seconda che andrà in onda domani, due dubbi ancora mi attanagliano. Se i motivi per cui la Arcuri sembra abbia l’ittero posso attribuirli al mio televisore, quelli per cui le hanno fatto diventare gli occhi piccoli davvero non me li spiego. Sono esigenze di copione o semplicemente “occhio piccolo si vede, carenza di espressione non duole“? L’altro dubbio invece è più attinente alla trama. Ma Garko non interpretava un mafioso, com’è che è diventato un nazista?

Cosa? Il mafioso lo faceva nell’Onore e il Rispetto? Cioè mi state dicendo che credevo di guardare una fiction e ne ho guardata un’altra? E’ che sembravano proprio uguali. Niente Panico. Basta sostituire L’Onore e Il Rispetto con il Peccato e La Vergogna e il pezzo è pronto.

 

MASTERPIECE: L’INVIDIA C’E’. E’ IL FORMAT CHE MANCA.

Giancarlo De Cataldo

Giancarlo De Cataldo nella prima puntata di Masterpiece

C’è stata ieri sera, domenica 17 novembre, la prima puntata di Masterpiece, il talent dedicato agli scrittori emergenti. I giudici sono il mio preferito Giancarlo De Cataldo, che se fosse uno di Romanzo Criminale sarebbe per il 40% il Dandy, per il 30 il Libanese e per il restante 30 Scajola, Andrea De Carlo, che è lì ma in realtà è in attesa di ricevere il Nobel per la Letteratura  e Taiye Selasi, di cui non ho mai letto nulla, ma spero vivamente scriva in inglese e poi venga tradotta. Massimo Coppola ha invece il ruolo di coach. Praticamente se fossimo a XFactor sarebbe Alessandro Cattelan, ma chiamarlo presentatore era troppo poco letterario. Il romanzo vincitore verrà pubblicato in 100.000 copie da Bompiani e io proverò profonda invidia per lui o lei.

Questa cosa dell’invidia ci tengo a precisarla subito. Lo dico, indipendentemente dal programma di cui dirò poi, invidio quelli che si sentivano così sicuri della loro storia da avere il coraggio di inviarla. Questa confessione però non mi rende protagonista del rosicamento, anche malcelato, che si è scatenato ieri sui social durante la messa in onda del programma. Uno di quei rosicamenti di massa che avrebbe fatto concorrenza a quello di un gruppo di roditori chiusi dentro la fabbrica del Grana Padano. O a quello di D’Alema quando parla Renzi e viene applaudito.

Detto questo, però,  a me il format non è oggettivamente piaciuto.  L’ho trovato misero nei contenuti, antico nella struttura, banale nella selezione dei concorrenti e superficiale nelle osservazioni che i giudici hanno fatto ai potenziali scrittori.

I potenziali scrittori che dovrebbero essere i protagonisti vengono presentati come persone improvvisate, senza personalità. D’altronde ci dobbiamo concentrare su quello che scrivono, non su quello che dicono. Peccato che l’approfondimento non è nemmeno su quello che scrivono. Almeno a Miss Italia, anche se tutte dicono di voler diventare magistrato, uno si può concentrare sulle gambe o sul sorriso. A Masterpiece non c’è un punto di interesse su cui focalizzare l’attenzione. Nemmeno un aspirante scrittore figo. D’altronde non c’è il televoto, a che serve.

E’ un peccato perché un talent di questo genere doveva interessare e coinvolgere non solo noi che amiamo scrivere, ma anche le persone che amano leggere o semplicemente quelle che avevano voglia di un programma nuovo con uno spessore diverso. I più coinvolti invece sono stati quelli che, per aver pubblicato uno stato di Facebook adattato a romanzo, chiamano “papà” Camilleri, perché si sentono figli suoi, seppur illegittimi. Per quel che mi riguarda, ieri sera, invece, sono dovuta passare da Masterchef a rubare gli stuzzicadenti dalle tartine al patè d’oliva al profumo di menta stagionata 15 mesi per riuscire a tenere aperti gli occhi ed elencare 5 riflessioni su Masterpiece, che poi, mentre scrivevo, sono diventate 6.

1)   non è che se uno ha una storia tragica alle spalle viene automaticamente unto dall’inchiostro della penna di Manzoni.

2)   I riferimenti nozionistici  non rendono uno scrittore colto, ma lo rendono semplicemente scolastico. Che non è un difetto, ma anche si … quando pensi che un riferimento “al Manzoni” faccia di te una persona colta e non semplicemente una che ha studiato su Il Sistema Letterario o su Il Materiale e L’Immaginario.

3)   Alla fine di ogni secondo dei 48 del tristissimo viaggio in ascensore in cui i due concorrenti dovevano illustrare a Elisabetta Sgarbi il contenuto del proprio romanzo, un endecasillabo di Dante si è autopunito e si è tolto una sillaba. Ieri ci siamo giocati quindi 96 endecasillabi della Divina Commedia.

4)   L’aver fatto questo calcolo non fa di me una candidata per un talent sulla matematica.  Come avere un blog e scrivere un paio di stati di facebook divertenti non fa di me una candidata scrittrice.  E non so nemmeno ballare, cantare e cucinare. Si, sono un’orfana di talent, però si vive bene lo stesso, vi assicuro.

5)   Non si capisce bene di cosa parli il romanzo, ma se uno scrive “odore di piscio” ha vinto. E’ uno tormentato.

6)   Quando  Garrison spiega una presa dopo un’esibizione ad Amici, io, non lo so fare comunque, ma il principio del volo d’angelo di Dirty Dancing lo capisco. Di Cataldo, De Carlo e Selasi hanno motivato le loro argomentazioni… che alla fine un like su facebook è più esplicativo.

Mentre chiudo questo post visualizzo De Cataldo davanti al mio blog con l’applicazione “penna blu” attivata pronto a uccidere ogni mio singolo post, senza che il commissario Scajola che è in lui riesca a fermarlo.