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SANREMO 2015. THE FIRST DAY AFTER

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Recensione n. 6

Dopo i tentativi di snaturare il festival di Sanremo, accennati da Bonolis e tristemente conclamati da Fazio, con la sessantacinquesima edizione siamo finalmente tornati alla versione originale del festival, quella senza pretese di intellettualismi, di battute a ogni costo, di gruppi di autori snob con la puzza di quotidiano sotto le dita che battono sulla tastiera.

Ma andiamo con ordine.

L’anteprima. E’ tutta dedicata ai cantanti che raccontano il loro approccio a questo festival. L’idea è buona e originale, nel senso che qualcuno si è messo lì a pensare come cominciare. Che è quello che dovrebbero fare normalmente gli autori. Operazione più facile con un conduttore non egoriferito. E’ stata un po’ lunga, in verità. D’altronde i tempi dell’anteprima li dettano i blocchi pubblicitari. Quindi, assolvo gli autori.

Il conduttore. Carlo Conti è stato perfetto. Non ha sbagliato nulla. Ha condotto Sanremo nella consapevolezza di essere il presentatore del festival della canzone italiana e non il rivoluzionario che vuole muovere il popolo alla presa del cavallo Rai di Viale Mazzini.

Le vallette. Arisa ed Emma erano emozionate ma alla fine non sono sembrate due deficienti. Sono state quelle che conosciamo, un po’ bambaciona, Arisa e quella con “tutto lu core” Emma. La loro dizione la commenterò quando diventeranno insegnanti di un corso di italiano in streaming. I loro vestiti quando ne indosseranno uno che possa essere considerato tale.

La donna di Raul Bova. Stupenda ed elegantissima in Armani Privè sguazza con grazia e agio nella sua più totale inutilità.

La famiglia numerosa. Il pater familias bigotto sarà pure unto dallo Spirito Santo, ma caspita deve avere gli spermatozoi che si trasformano in un razzo missile con circuiti da mille valvole. Oltretutto, facciamoci due conti. Che se i Dear Jack non li contiamo come uno solo, va a finire che la famiglia più numerosa sul palco dell’Ariston l’ha portata Maria De Filippi.

Tiziano Ferro. Immenso. A quello che lo ha lasciato e fatto soffrire auguro di diventare etero e di innamorarsi della Santanchè. Ricambiato.

Alessandro Siani. Il vuoto co(s)mico.

Al Bano e Romina. Così trash che loro sono diventati icone vintage e noi fan sovietici infervorati. Carlo Conti ha acclamato il bacio. Fazio avrebbe mandato un filmato sulla guerra fredda e chiesto se Putin mangia con la bocca aperta o chiusa.

I cantanti. Al primo ascolto giudico solo i vestiti. Vince lo Stella McCartney di Chiara. Parliamo di vestiti. Che nessuno pensi provo empatia per il suo parrucchiere o per il suo truccatore.

I contenuti. Chiariamo subito una cosa. Report deve avere contenuti. Presa Diretta deve avere contenuti. Sanremo no. Pretendere contenuti da Sanremo è come pretendere la sobrietà da Pomeriggio 5. Sanremo sono le vallette che fanno il “noi abbiamo fatto sanremo perché…” e prendono in giro il conduttore. E, per la cronaca, non è Carlo Conti ad aver copiato Fazio e Saviano. Sono loro che hanno copiato il “noi che” che Carlo Conti ha sempre fatto a “i migliori anni”.

MASTERPIECE: L’INVIDIA C’E’. E’ IL FORMAT CHE MANCA.

Giancarlo De Cataldo

Giancarlo De Cataldo nella prima puntata di Masterpiece

C’è stata ieri sera, domenica 17 novembre, la prima puntata di Masterpiece, il talent dedicato agli scrittori emergenti. I giudici sono il mio preferito Giancarlo De Cataldo, che se fosse uno di Romanzo Criminale sarebbe per il 40% il Dandy, per il 30 il Libanese e per il restante 30 Scajola, Andrea De Carlo, che è lì ma in realtà è in attesa di ricevere il Nobel per la Letteratura  e Taiye Selasi, di cui non ho mai letto nulla, ma spero vivamente scriva in inglese e poi venga tradotta. Massimo Coppola ha invece il ruolo di coach. Praticamente se fossimo a XFactor sarebbe Alessandro Cattelan, ma chiamarlo presentatore era troppo poco letterario. Il romanzo vincitore verrà pubblicato in 100.000 copie da Bompiani e io proverò profonda invidia per lui o lei.

Questa cosa dell’invidia ci tengo a precisarla subito. Lo dico, indipendentemente dal programma di cui dirò poi, invidio quelli che si sentivano così sicuri della loro storia da avere il coraggio di inviarla. Questa confessione però non mi rende protagonista del rosicamento, anche malcelato, che si è scatenato ieri sui social durante la messa in onda del programma. Uno di quei rosicamenti di massa che avrebbe fatto concorrenza a quello di un gruppo di roditori chiusi dentro la fabbrica del Grana Padano. O a quello di D’Alema quando parla Renzi e viene applaudito.

Detto questo, però,  a me il format non è oggettivamente piaciuto.  L’ho trovato misero nei contenuti, antico nella struttura, banale nella selezione dei concorrenti e superficiale nelle osservazioni che i giudici hanno fatto ai potenziali scrittori.

I potenziali scrittori che dovrebbero essere i protagonisti vengono presentati come persone improvvisate, senza personalità. D’altronde ci dobbiamo concentrare su quello che scrivono, non su quello che dicono. Peccato che l’approfondimento non è nemmeno su quello che scrivono. Almeno a Miss Italia, anche se tutte dicono di voler diventare magistrato, uno si può concentrare sulle gambe o sul sorriso. A Masterpiece non c’è un punto di interesse su cui focalizzare l’attenzione. Nemmeno un aspirante scrittore figo. D’altronde non c’è il televoto, a che serve.

E’ un peccato perché un talent di questo genere doveva interessare e coinvolgere non solo noi che amiamo scrivere, ma anche le persone che amano leggere o semplicemente quelle che avevano voglia di un programma nuovo con uno spessore diverso. I più coinvolti invece sono stati quelli che, per aver pubblicato uno stato di Facebook adattato a romanzo, chiamano “papà” Camilleri, perché si sentono figli suoi, seppur illegittimi. Per quel che mi riguarda, ieri sera, invece, sono dovuta passare da Masterchef a rubare gli stuzzicadenti dalle tartine al patè d’oliva al profumo di menta stagionata 15 mesi per riuscire a tenere aperti gli occhi ed elencare 5 riflessioni su Masterpiece, che poi, mentre scrivevo, sono diventate 6.

1)   non è che se uno ha una storia tragica alle spalle viene automaticamente unto dall’inchiostro della penna di Manzoni.

2)   I riferimenti nozionistici  non rendono uno scrittore colto, ma lo rendono semplicemente scolastico. Che non è un difetto, ma anche si … quando pensi che un riferimento “al Manzoni” faccia di te una persona colta e non semplicemente una che ha studiato su Il Sistema Letterario o su Il Materiale e L’Immaginario.

3)   Alla fine di ogni secondo dei 48 del tristissimo viaggio in ascensore in cui i due concorrenti dovevano illustrare a Elisabetta Sgarbi il contenuto del proprio romanzo, un endecasillabo di Dante si è autopunito e si è tolto una sillaba. Ieri ci siamo giocati quindi 96 endecasillabi della Divina Commedia.

4)   L’aver fatto questo calcolo non fa di me una candidata per un talent sulla matematica.  Come avere un blog e scrivere un paio di stati di facebook divertenti non fa di me una candidata scrittrice.  E non so nemmeno ballare, cantare e cucinare. Si, sono un’orfana di talent, però si vive bene lo stesso, vi assicuro.

5)   Non si capisce bene di cosa parli il romanzo, ma se uno scrive “odore di piscio” ha vinto. E’ uno tormentato.

6)   Quando  Garrison spiega una presa dopo un’esibizione ad Amici, io, non lo so fare comunque, ma il principio del volo d’angelo di Dirty Dancing lo capisco. Di Cataldo, De Carlo e Selasi hanno motivato le loro argomentazioni… che alla fine un like su facebook è più esplicativo.

Mentre chiudo questo post visualizzo De Cataldo davanti al mio blog con l’applicazione “penna blu” attivata pronto a uccidere ogni mio singolo post, senza che il commissario Scajola che è in lui riesca a fermarlo.