Tv talk al prosciutto e formaggio- recensione n.2 di 365

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1978515_10152719380008280_6202751434336240813_oIngredienti
Smalto
Acetone
Lima
Citrosodina

Modalità di visione
Tv talk e’ una trasmissione manicure. Nel senso che sai di poterti sistemare le mani perche’ resterai ferma a guardare la televisione per piu’ di un’ora e non rischierai di scheggiare lo smalto. Certo se siete quelli che “meglio un buon libro”, pee voi tv talk rappresentera’ una cosa tipo la voce di Satana. Quindi, non usate l’acetone ma semmai l’acqua santa.
Sembrero’ nostalgicamente snob ma io il cambio di palinsesto del programma ancora non l’ho digerito. Nel senso che ho proprio bisogno di citrosodina. Tv talk era la trasmissione del sabato mattina, del caffe’ con il tramezzino prosciutto e formaggio (ognuno fa la colazione che vuole), la trasmissione che quando la guardavi era perche’ volevi proprio farlo.
E io ero una di quelle che voleva proprio farlo. Con il passaggio al primo pomeriggio i contenuti sono inevitabilmente cambiati. O meglio, non cambiati, ma sono approfonditi in maniera diversa. Dal punto di vista dello spettacolo piu’ che da quello propriamente televisivo. Per esempio, il modello di giornalismo introdotto da Iannacone con I Dieci Comandamenti alle nove del mattino sarebbe stato studiato appunto come nuovo modello. Alle tre del pomeriggio ci si sofferma sulla puntata dedicata a Razzi e su come il senatore ne sia uscito rispetto all’imitazione che ne fa Crozza.

Massimo Bernardini pero’ ha sicuramente beneficiato del cambio orario. Usando un linguaggio televisivo potrei dire che e’ riuscito a create un modello di conduzione informale e competente allo stesso tempo. Volgarmente parlando, si e’ ringalluzzito. Si e’ arrotolato le maniche della camicia quando Renzi indossava ancora le tshirt, si e’ fatto crescere un po’ di barba alla “no Bernardini no talk” ed e’ riuscito a creare un salotto televisivo interessante. Ecco, adesso e’ un salotto. Prima era uno studio.

La novita’ di quest’anno e’ una sorta di conduzione a tre, Bernardini, Sebastiano Pucciarelli e Cinzia Bancone. Piu’ Silvia Motta, quella che quando parla di curva dell’auditel ha la stessa adrenalina di un pilota di formula alla curva del Tabaccaio del circuito di Montecarlo! Loro sono tutti bravi, ma io la presunzione la perdono solo a Mourinho. E a Morgan qualche volta. Insomma, finche’ con le loro critiche televisive non aiuteranno l’ispettore Cordier a vincere la sfida auditel contro Barbara D’Urso dovrebbero tirarsela un po’ di meno.

Altra parte integrante del programma sono i secchioni, ehm, gli analisti. Ventenni teledipendenti che danno del lei ad Alessandro Cattelan. Che insomma a volte dare del lei non fa educato, ma nerd. Ok, con loro sono prevenuta, ma comunque colgo il lato positivo. A 37 anni meglio rosicare perche’ non puoi proporti come analista di tv talk piuttosto che per le rughe del contorno occhi.

Li perdonero’ anche per avermi fatto sbagliare a mettere lo smalto su ben due dita. L’anulare destro quando uno ha parlato di linguaggio di nicchia riferendosi a, udite udite, Victoria Cabello e il medio sinistro quando a Cattelan e’ stato chiesto se a XFactor si e’ sacrificata la musica per dare posto allo show. Evidentemente il ragazzetto lo ha scambiato per Maria De Filippi. La miopia ti colpisce anche se hai l’eta’ che inizia con il 2.
A questo punto devo solo capire perche’ e’ messo male anche sul pollice.
Ah si, adesso ricordo. A un certo punto una ragazza ha chiesto se lo stile di conduzione di Cattelan non corresse il rischio di sembrare freddo. E certo, mandiamolo a fare due lezioni private di faccine dalla D’Urso.

‪#‎XF8‬ INDORATO E FRITTO – recensione n. 1 di 365

Fedez-X-Factor-2014-skyINGREDIENTI
Broccoli
Sneakers
Kit per tracheotomia
Vodka
App iTorch
24 arrosticini
1 bottiglia di bollicine
1 tuta

MODALITA’ DI VISIONE
Infilate la tuta addosso e gli arrosticini in forno, stappate la bottiglia di bollicine, versatevene un bicchiere e posizionatevi sul divano davanti alla televisione. Per gli arrosticini ci vorrà una mezz’oretta, perché ovviamente non avete preriscaldato il forno. Se l’aveste fatto d’altronde qua si parlerebbe di ricette e non di televisione. Farete in tempo a guardare l’Ante Factor e un paio di esibizioni. A proposito, lo dico subito così mi tolgo il pensiero. Ante Factor ed Xtra Factor sono come l’acqua nell’olio bollente. Fanno un casino e non contribuiscono al buon risultato finale.

L’indoratura di XFactor quelli di Sky hanno imparata a farla dai giudici di Masterchef in seduta plenaria Usa e Italia. E così hanno confezionato un prodotto che ti viene voglia di mangiarlo già prima della frittura. Guardarlo, volevo dire guardarlo.
Sono perfettamente consapevoli che la frittura la digerisce meglio un pubblico medio – giovane e quindi la declinazione social del programma è così capillare che, dopo la possibilità di inviare i selfie, per essere più interattivi, gli resta solo la seduta spiritica per invocare Steve Jobs come quinto giudice.

La frittura è affidata ad Alessandro Cattelan che ritengo uno dei migliori personaggi televisivi in giro per i palinsesti. Uno di quelli che Urbano Cairo lo guarda, gli appaiono due numeri uno accanto all’altro e il suo cuore inizia a battere più forte. Un miraggio. Una percentuale di share a due cifre. L’anno scorso gli succedeva la stessa cosa con Floris. Poi nel passaggio da miraggio a realtà qualcosa deve essere andato storto.

L’introduzione con Cesare Cremonini che canta con i ragazzi è spettacolo e “talent” puro, roba che la De Filippi come minimo deve mandare una mail all’Academy e spostare il red carpet degli Oscar nello studio del serale di Amici. D’altronde se non riesci a reggere il confronto sul talent tanto vale puntare tutto sullo show.

Ma passiamo ai giudici. Ve la ricordate Simona Ventura che l’anno scorso ogni volta che parlava sembrava stesse vendendo broccoli al mercato rionale? Victoria Cabello è uguale. Solo che lei non vende broccoli, ma … solide sneakers in un mercatino vintage di Londra. A km 500 da una qualsiasi competenza musicale.

Comunque, abbandoniamo i commenti sulle quote rosa e passiamo a Fedez, rappresentante del rap italiano conosciuto a quelli che non hanno più l’acne giovanile come l’autore dell’inno dei 5 stelle. Il ragazzo si esprime con la diligenza del buon rapper di luoghi comuni. Però si applica, questo bisogna riconoscerglielo. Certo ogni volta che guardo il tatuaggio che ha sul collo e vedo quella minuscola parte di pelle non tatuata vicino il pomo di Adamo, lì, esattamente in quel punto, mi viene voglia di fargli una tracheotomia (… è appena ricominciato Grey’s Anatomy)

Morgan si conferma il principe dei giudici. Simon Cowell, in confronto, più che giudice sembra uno del pubblico parlante di Forum. Certo i suoi One Direction hanno avuto leggermente più successo di tutti i vincitori di Morgan messi insieme. Ma non hanno mai vinto il Festival di Sanremo. Marco Mengoni, si.
Comunque quest’anno Morgan tiene ai gruppi come io potrei tenere a un paio di Birkenstock. Praticamente, lui affogherebbe gli Spritz for five nella vodka, io le Birkenstock nel secchione dell’indifferenziata.

E chiudiamo con Mika. Che gli vogliamo dire? E’ adorabile nel suo essere il prototipo del paraculo competente, educato, simpatico e pure un po’ stronzo all’occorrenza. Il mio uomo ideale. Peccato abbia le gambe più magre delle mie. E che sia gay. Pare.
Certo dare a Mario una canzone di Malika è stato un azzardo che nemmeno Marco Baldini di qualche anno fa ci avrebbe scommesso, ma di sbagliare capita a tutti. Soprattutto agli uomini che mi piacciono.

Menzione d’onore per la giovane Ilaria della squadra della Cabello. Ha finalmente detto quello che io dico da anni. Tommassini sceglie le cose da far indossare ai ragazzi in una stanza piena di abiti colorati, scarpe e accessori. Peccato che per farlo dimentichi sempre di accendere la luce. Non glielo ha detto nessuno che sull’iphone c’è un app che si chiama iTorch ed è pure gratuita?

Dunque “XFactor indorato e fritto” si conferma uno dei programmi migliori della stagione televisiva. D’altronde, si sa, se una cosa è fritta è buona. Soprattutto se cambi l’olio spesso. L’anno prossimo tra i giudici voglio Tiziano Ferro. E che lui e Mika si innamorino.

In difesa del selfie. Amen

1553492_10152696162958280_2784975123503973861_o-2Prima di tutto si chiama selfie. Fatevene una ragione. In tutto il mondo parlano inglese e noi qua a piagnucolare mortificati perché non si dice più “autoscatto”. Che vogliamo tutti espatriare, ma poi quando si tratta di parole escono fuori i patrioti, quelli che per loro la crusca è un’accademia mica un alimento per aiutare le funzioni intestinali.

Sarà per l’inglesismo ma il selfie si è subito connotato negativamente. Ostentazione, esibizionismo, narcisismo, insicurezza. Praticamente chi si fa i selfie è una specie di mostro, qualcosa a metà tra Dorian Grey, il maniaco che va in giro per i parchi senza nulla sotto l’impermeabile e Linus. Solo che al posto della coperta si porta dietro il telefono.

Io, invece, che ve lo dico a fare, il selfie lo trovo onesto. E’ una dichiarazione di intenti: “mi sono fatta una foto appositamente per postarla. E ovviamente è una foto bella, se no col cavolo che la vedevate su facebook”. Mi trovate esibizionista? Insicura? Egocentrica? Non guardate. Ci sono altre bachece piene di persone che si sparano pose e, per ottenere la perfetta foto social, si fanno fare 200 scatti dal povero cristo di turno che, la maggiorparte delle volte, dopo la visione del risultato viene denigrato per non essere nato con il gene di Helmut Newton.
Personalmente spendo tre quarti di quello che guadagno in vestiti e accessori, posso avere la soddisfazione di vederli pubblicati sulla mia bacheca, almeno fino a quando Vogue non vorrà l’esclusiva? Guardate che poi vi toccherà pagare 5 euro al mese per vedere come sono vestita.

Comunque, tolte le persone normali che si fanno i “selfie” propri e non rompono le scatole al prossimo, con il passare del tempo e con il dilagare della mania si sono delineate delle precise categorie di “selfiatori”:

1. Gli obiettori. Non fanno selfie per convinzione, ma fotografano tutto quello che mangiano e bevono. Praticamente si fanno i selfie dell’apparato digerente.
2. I giustificatori. “Mi sto facendo un selfie non perché voglia farmi un selfie ma perché…”. Alla fine viene fuori che i selfie li fanno per la critica della ragion pura. O pratica.
3. I coraggiosi. “Ehi, voi guardate, ho pubblicato un selfie e non mi vergogno di dire che ho pubblicato un selfie”.
4. I radical selfie. Quelli che, se ti fotografi mentre leggi un quotidiano o un libro d’autore, non è selfie. E’ cultura.
5. I bulimici. Uno nessuno centomila selfie. Tutti insieme nello stesso post. Che prima di riuscire a guardarli tutti fai in tempo a finire di leggere Guerra e Pace.
6. I collagisti. Vorrebbero pubblicarne 100, ma sanno che Guerra e Pace è lungo e pesante. Quindi fanno il collage. Una reinterpretazione del “prima e dopo la cura”: “durante il selfie”.
7. I selfie per caso. Non volevano fotograrsi. E’ il selfie che si è autoscattato.
8. I negazionisti. Sono convinti che se non ci mettono la faccia non è selfie. E’ foto. L’alluce del proprio piede subito dopo il pedicure o la doppia punta del capello inclusi.
9. I leopardiani. La frase tipica è “Guardate come sto male oggi”. Si… peggio di ieri, ma meglio di domani.
10. I subliminali. Quelli che noi pensiamo sia un selfie, ma in realtà è un messaggio in codice tra Cia e FBI.

Uomo. Tipologie.

imagesMa quando è successo che ci siamo ritrovate noi a dover capire gli uomini? Per tradizione non eravamo noi quelle complicate, con il ciclo e gli ormoni che un momento saltano come Roberto Bolle e l’attimo dopo rotolano come Giuliano Ferrara?

Si noi, quelle che adesso fanno gli screenshot delle conversazioni e li mandano alle amiche, che praticano in maniera maniacale lo scroll per ritrovare quel messaggio che lui ci ha scritto 1 mese, tre giorni e 2 ore fa e la maggiorparte delle volte si tratta di quattro parole messe in croce su cui nemmeno a Voyager riuscirebbero a costruirci un mistero. Potrebbero giusto vagliare la possibilità che letti al contrario acquistino un significato di senso compiuto. Non ci avevate pensato, eh?
Comunque, cerchiamo di fare ordine e capire che tipi di uomini abbiamo davanti, ricordando che però sono dettagli. Stiamo decifrando un whatsapp. Non c’è nemmeno bisogno della doppia spuntatura per capire che l’uomo in questione non vuole stare con noi. Ma, illudiamoci, confidiamo nella regola delle eccezioni e andiamo dunque per categorie. Nella migliore delle ipotesi il vostro lui cosrrisponderà a una o al massimo a due di quelle elencate. Se abbiamo trovato quello in cui si concentrano tutte, diciamo in nome di Cupido, di Venere e di Afrodite e rassegniamoci. Siamo parecchio sfigate.

1. Lo psicopatico. Un attimo prima ti scrive che è in crisi. Quello dopo ti sta raccontando che gli è successo un casino al lavoro.
2. Il buono. Quello che non vuole farti soffrire perché si conosce. Di solito è anche presuntuoso perché l’ipotesi che lo faccia soffrire tu non la prende nemmeno in considerazione.
3. Il paranoico. Mi piace stare con te, ma non voglio stare con te. Sono strano. Sbaglio sempre. Ma forse sbagli tu. O io. E’ il mondo quello sbagliato.
4. Mary Poppins. Gli piace stare con te, gli piace tutto di te, ma ti manda a quel paese. Con lo zucchero, però. Che una dovrebbe mandarlo a fare due chiacchiere con lo spazzacamino. Incastrato in una canna fumaria.
5. Il claustrofobico. Gli manca l’aria. Deve avere la finestra aperta. Peccato non gli serva mai per buttarsi di sotto.
6. Il pauroso. Ha pensato di dover iniziare una relazione. Oh, cazzo. L’ebola, praticamente.
7. Il sentimentale. Non vuole che lo odi. Lui, piccolo cucciolo di labrador (che ci affogasse nei rotoloni della scotte)
8. La vittima. Tutti i mali del mondo si sono dati appuntamento per l’happy hour. Sulle sue spalle.
9. Il bugiardo. Quello che “io? No, non l’ho fatto”. Ah, coglione… non lo avrai fatto, però l’hai scritto.
10. Il paraculo. Lui? No. E’ colpa del correttore automatico dell’iphone. O del fatto che è disadattato. Definisci disadattato, dai…
11. Il “senzapalle”. Non ce la fa. Vorrebbe, eh. Mica no. E’ che madre natura è stata stronza.

E noi che gli avevamo solo scritto “ciao”.

Io punto e accapo.

puntoMio padre quando qualcuno gli fa i complimenti per come scrivo inizierebbe a raccontare del mio primo tema a scuola, per fortuna degli interlocutori però interviene mia madre con un “grazie è vero scrive bene, peccato che sbaglia sempre tutta la punteggiatura”. Odio dover ammettere che mia madre ha ragione, ma solo in quanto prof, eh. Non si dà mai ragione alle madri. Che poi si abituano (e prima di questa frase non ci andava il punto). In effetti, io metto le virgole per continuare frasi che invece andrebbero interrotte, allungo discorsi che invece andrebbero chiusi con tre parole e impazzisco di puntini sospensivi, quelli che li metto…. così non devo finire le frasi. E poi, si, lo confesso, mi è capitato, anche se raramente, di cascare nella trappola del punto e virgola, l’odioso segno dell’incertezza, della confusione, quello che non sai se ci vuole il punto o la virgola e alla fine la butti in caciara. Li metti entrambi. E i punti interrogativi? Sempre a chiedermi cose, ad aspettare risposte. Che noia. Del punto esclamativo invece non posso farne a meno. E’ un segno di interpunzione parecchio paraculo ma, per chi, come me, non usa le faccine, diventa davvero indispensabile per sdrammatizzare messaggi compromettenti. Della serie “te lo sto dicendo, ma con il punto esclamativo. Tiè. Anzi, due punti esclamativi. Aritiè”. Il segno che però amo di più è il punto. Il punto è la libertà. Lo metti e puoi decidere di continuare a scrivere sullo stesso rigo, andare accapo o addirittura iniziare un nuovo capoverso, ma intanto lo hai messo. Magari ci avresti voluto mettere una virgola o addirittura una bellissima parentesi, di quelle quadre che sono tanto stilose, e poi, no, ci rifletti e pensi che quel periodo ha bisogno della sua conclusione anche perché a rileggerlo tutto d’un fiato capisci che hai fatto una gran confusione. L’importante, una volta messo, è ricordarsi di ricominciare a scrivere con la lettera maiuscola. Ecco, adesso ci vuole il punto.

CI HANNO FATTO CREDERE CHE….

00_dirty_dancingIo e quelle della mia generazione siamo cresciute in un periodo cinematografico così romantico che è già tanto che agli uomini apriamo la porta di casa e non facciamo cadere trecce dai balconi per farli entrare.

Noi abbiamo visto Sex and The City nell’età in cui percepivamo quelli di Carrie e delle altre come racconti liberamente ispirati alle nostre vite sentimentali. A noi quelle cose sono capitate per davvero. E adesso noi abbiamo 37 anni o giù di lì e siamo circondate da ragazzine con il vissuto sentimentale di un Bignami che hanno sintetizzato così anni e anni di sofferenze amorose ed esperienze traumatiche: per avere Mr Big basta imparare a fare i pompini.

Insomma, un conto è essere adolescente sognando Pierre Cosso che ti passa le cuffiette mentre ballate, un altro pensando a come incastrare Raul Bova di vent’anni più grande o a come rubare il marito a quella poraccia di Giovanna Mezzogiorno.

Maledizione, vi rendete conto? Noi siamo quelle a cui hanno fatto credere che nessuno può metterci in un angolo. Anche se abbiamo un naso sproporzionato e ci vestiamo come Heidy. In realtà ci hanno fatto pure credere che in una settimana possiamo imparare a lanciarci da un palco e fare il volo d’angelo. Io però, probabilmente per una forma di autodifesa, ho sempre preferito credere di più alla storia dell’angolo.

Come la mettiamo se canticchio “love lift us up where we belong – Where the eagles cry, on a mountain high – Love lift us up where we belong – Far from the world we know – Up where the clear winds blow”? Ci hanno fatto credere che se parte quella canzone dobbiamo guardarci le spalle. Probabilmente sta arrivando Richard Gere a portarci via, in braccio, dopo averci baciate con passione. E invece no. Abbiamo capito che se sentiamo quella canzone al massimo dobbiamo guardare il telefono. Che forse lui ci ha messo un like su facebook.

E pensate un po’ a Pretty Woman. Ci hanno fatto credere che lui fosse il principe azzurro che affrontava le vertigini per salvare lei. Com’è che a un certo punto lui è diventato Silvio Berlusconi che affronta le Procure per scoparsi lei?

E Insonnia d’Amore? Ci hanno fatto credere che fosse possibile incontrare l’amore della propria vita in cima all’Empire State Building. E che lui non andava lì solo per fare sesso. Roba che adesso se a uno gli dici che abiti al sesto piano ti chiede se c’è l’ascensore. E se hai il ciclo.

Ci hanno fatto credere che anche due disadattati vintage come Michelle Pfeifer e Al Pacino in Paura D’Amare possano alla fine sedersi davanti a una finestra e dirsi “Per sempre e malgrado tutto”. E soprattutto ci hanno fatto credere che un uomo sappia cosa significa “malgrado”.

Il colpo di grazia però ce lo ha dato Love Actually, uscito quando ormai credevamo di essere nel pieno dell’età della disillusione, quella in cui Romeo non è più un uomo follemente innamorato ma solo un rincoglionito che non ha nemmeno capito che Giulietta fingeva. Ci hanno fatto credere che uno può bussare alla tua porta e dirti di essere innamorato di te scrivendolo su dei cartelli. E per un attimo si, abbiamo pensato che potesse succedere anche a noi. Io l’ho pensato.
Lui che bussa alla mia porta, io apro e mi ritrovo lui con un cartello in mano. Sorrido perché penso che anche lui ha visto Love Actually. Parte la colonna sonora. Quella di Profondo Rosso. E io leggo il primo e unico cartello che dice “Il problema non sei tu, sono io”. Con un’emoticon triste

10 cose da fare (o non fare) per tenersi un uomo.

bridget-jones-644x362Io amo gli uomini. Non sono una di quelle che vorrebbe vederli tutti morti, o almeno non proprio tutti. E sono anche consapevole che noi donne siamo paranoiche, a volte ossessive, insicure, impaurite, piagnucolone, isteriche e abbastanza rompicoglioni. Ma sappiamo anche essere semplici. Cose del tipo, io sto bene, tu stai bene, stiamo bene insieme: che bello, pur essendo consapevoli che è un attimo che le nostre amiche ci ritroveranno a cantare All by myself accanto a una bottiglia di vino, in perfetto mood Bridget Jones. Gli uomini invece hanno l’emotivogramma piatto. Hanno le capacità cognitivo-sentimentali che non supererebbero il minimo sindacale nemmeno se Fillea, Cgil, Cisl e Uil facessero fronte comune. Dei fregnoni, praticamente, che noi però, riusciamo a trasformare in uomini così sicuri e virili che, alla fine, ci mollano. Roba che nel Medioevo ci avrebbero bruciate vive.

Io in quanto a strategie, praticamente, sto messa come Napoleone a Waterloo, però in teoria una consapevolezza l’ho acquisita. Gli uomini vanno coglionati. Ecco dunque la lista delle 10 cose da fare (o non fare) per tenersi un uomo.

  1. Agli inviti a uscire rispondete come se si trattasse di una riunione di condominio. Non ci si va mai alla prima convocazione. Quella che vale è la seconda.  Lui si sentirà rifiutato. Sapete la storiella del bambino e la marmellata,no? Ecco.
  2. Fate attenzione ai verbi che usate. Voi uscite. Non state insieme. Uscire indica movimento, stare, invece, sa di eternità. Dall’eternità pensare alla morte, per l’uomo, è un attimo. E non deve nemmeno chiamarsi Pindaro. Attenzione all’utilizzo della parola frequentare. Non sanno se collocarla tra i verbi di movimento e mentre la cercano sul dizionario si fanno venire l’ansia precauzionale.
  3. Non nominate mai il bianco o il nero. Sono fissati con questi due colori. Evidentemente sono cresciuti con la convinzione che il daltonismo sia una malattia mortale. Orientatevi su un bel grigio, magari perla. La famosa via di mezzo.
  4. Non dimostrate di essere felici di vederlo. Se vi vede felici penserà inevitabilmente che siete innamorate. Ve l’ho detto, sono fissati con il bianco e nero. Quelli più profondi si chiederanno perché siete felici di vedere uno come lui e magari penseranno pure che siete stupide. Mantenete un moderato entusiasmo. Il grigio, appunto. E pensate un po’, vi corteggeranno. Questi sono così cretini che corteggiano più una che fa la sostenuta che quella che è felice di passare del tempo con loro.
  5. Non lo chiamate, non lo cercate, non gli scrivete messaggi. Questo è il consiglio che ognuna di noi ha dato almeno un centinaio di volte ad amiche in difficoltà sentimentale. E funziona. Sempre. I suddetti cretini ancora non hanno capito che ormai lo abbiamo imparato. Sullo Zanichelli potrebbero inserire la definizione di “non cercarlo”. Metodo di coglionamento che la donna utilizza nei confronti di uomini cretini.
  6. Abbiate sempre presente che questi davanti a un paio di tette non capiscono più nulla. E noi, chi più chi meno, abbiamo le tette. Per allattare le creature ne bastava una sola. Se ce ne hanno date due ci sarà un motivo. L’uomo ha due mani.
  7. Non li lasciate mai a tempo determinato. Finchè non siete davvero sicure di volervene liberare continuate a frequentarli, ops, scusate, a uscirci. Se li mollate e poi li ricercate inizierà un tira e molla che a un certo punto finirà. Con voi dalla parte della mollata che tenta disperatamente di tirare.
  8. Non fategli scoprire che controllate il loro facebook. Voi lo guardate ogni tanto. E di sfuggita. Mica siete gelose. Lui non lo sa che noi di sfuggita possiamo fare un paio di clic per capire se quella mignotta che lo commenta sempre ha una vita sentimentale sua o è interessata all’invasione di campo.
  9. “Io pensavo che tu pensassi che io pensassi che la mia amica pensava che tu pensavi di lasciarmi”. Frasi di questo tipo lo porteranno a chiedervi di presentargli i vostri genitori. Per suggerirgli un bravo psichiatra da cui mandarvi. Le paranoie sono cose intime. Teniamole per noi.
  10. Se inizia a usare linguaggio automobilistico riferendosi alla vostra relazione, cose tipo “non accelerare”, “rallentiamo”, “retromarcia”, “scaliamo le marce”, “io ho messo adesso la seconda e tu già stai in quinta”, ditegli che a guidare la macchina è più bravo lui di voi. E poi state a guardare mentre fonderà il motore per non mettere una cazzo di terza.

 

SIAMO COSI’… DOLCEMENTE DONNE ALFA.

blogInutile girarci intorno. Se hai più di 35 anni, da qualche tempo la tua relazione più stabile  è quella con sky, hai un lavoro e una certa indipendenza economica, sei abituata ad avere il potere decisionale di un dittatore, i filtri li usi solo su instagram e non nel processo che trasforma i pensieri in parole e sei convinta che il testosterone sia un integratore da prendere prima di pasti con abbondante acqua, bene. Sei una donna alfa.  Ed è probabilmente per questo che non hai un uomo. Alla maggiorparte degli uomini, dato di fatto incontrovertibile, le donne alfa non piacciono abbastanza. Il motivo io non lo so. Bisognerebbe chiederlo a loro. Probabilmente ha a che fare con le loro madri che “amore di mamma tu sei il principe azzurro. Senza di te Cenerentola andrebbe in giro scalza e Biancaneve sarebbe in avanzato stato di decomposizione”.
Tutti figli di… gatte morte.

Ma passiamo alla pratica. Mettiamo a confronto la donna alfa e la gatta morta davanti alla stessa situazione.

n.b. la gatta morta sbatte continuamente le ciglia, anche quando è a telefono e parla sempre, sempre, con il tono di voce orgasmico.

  1. C’è qualcosa che perde vicino il lavandino della cucina. Lei prende il telefono e:
    (la gatta morta): Amoreeeeeeee si sta allagando la cucina, aiuto. Deve essere quel coso lì che si è rotto. Cosa faccio?
    (la donna alfa): pronto soccorso idraulico? Mi si è allentato il sifone del lavandino in cucina può mandare qualcuno? (nei casi conclamati, lo stringe da sola, ndr)
  2. Divano. Partita di calcio. Lei e lui a guardarla. Fuorigioco controverso.
    (la gatta morta): Tesorooooooo ma me lo spieghi cos’è il fuorigioco, io non lo capisco proprio.
    (la donna alfa): se non riesci a vedere che quello stava almeno un metro avanti quando gli hanno tirato la palla, mi sa che devi passare dall’oculista.
  3. Sabato sera. Lungotevere zona Piazza Trilussa in macchina.
    (la gatta morta): Amoreeee è cosi romantica Piazza Trilussa con tutta questa gente guarda il tevere illuminato, che bello. Mi piace che siamo passati di qua
    (la donna alfa): Passare per l’Olimpica, no, eh?
    (per quelli non di Roma, quel Lungotevere il sabato sera è rinomatamente uguale alla Salerno-Reggio Calabria il 14 agosto. E senza nemmeno un autogrill)
  4. A letto dopo che per lui è successo di tutto e per lei niente.
    (la gatta morta): Amoreeeeeee, sei stato fantastico. Strepitoso. Wow wow wow.
    (donna alfa): ma tu lo sai cos’è il clitoride?
  5. Lui la chiama e le chiede cosa vuole fare per cena.
    (gatta morta): decidi tu, amore, li sai scegliere così bene i ristoranti…
    (donna alfa): il nuovo ristorante in centro dicono faccia una carne strepitosa. Passo a prenderti io tra un’ora.
  6. A cena. Il momento del conto.
    (la gatta morta).Grazie, amore
    (la donna alfa):Grazie. La prossima volta pago io”
  7. Lui le fa un regalo.
    (la gatta morta). “Uhhhh amore, è bellissimo, ma come hai fatto a sapere che mi piaceva. Grazie, tesoro. Che dici, posso cambiare il colore? Io con il rosso sto meglio. Amore”
    (la donna alfa): non dovevi proprio. (e il giorno dopo corre a comprargli qualcosa)
  8. Lui la richiama dopo non aver risposto a due telefonate.
    (la gatta morta) “Amoreeee mi stavo preoccupando, stai bene? Meno male… vederci adesso?… no scusa non rispondevi e ho preso un impegno… (in realtà è a casa sul divano a mettersi lo smalto ai piedi)
    (la donna alfa)Perché non mi hai risposto? … Adesso? … In realtà sono con le mie amiche, ma in mezz’ora mi libero e passo da te” (la donna alfa vacilla quando si sente abbandonata, in compenso però lei era uscita per davvero)
  9. Lui si fa accompagnare a comprare una camicia e ne prova una a quadrettini rossi e verdi:
    (la gatta morta): “Ti sta bene, amore” (poi si avvicina all’orecchio) “con quella a quadrettini azzurri però sei più sexy”
    (la donna alfa): “E’ brutta”
  10. Un’amica comune chiede a lui e lei che programmi hanno per le vacanze
    (la gatta morta)un posto bello dove riposarci ma anche visitare qualcosa, vero, amore?” (accarezzandogli la mano)
    (la donna alfa) “io voglio andare in california”

Cari uomini, avete ragione, le donne alfa sono parecchio impegnative, complicate e anche un po’ disadattate… ma, cazzo, come fate a preferire le gatte morte?

 

MASSIMO REALE: REX ERA INCURIOSITO DALLA SEDIA A ROTELLE. LA FEDELTA’? E’ UNA COSA CULTURALE

Reale 2Voi che avete buona memoria (o una certa età) lo ricorderete sicuramente nel ruolo di Giampiero Montini in Classe di Ferro. Ebbene si, ho fatto una chiacchierata proprio con lui, Massimo Reale, che in queste settimane è in onda il lunedì sera su Rai Due con Rex 7, nel ruolo dello psicologo criminale Carlo Papini. Ovviamente non gli ho detto che, essendo troppo “piccola”, non mi ricordavo di lui in Classe di Ferro

Rompiamo il ghiaccio… raccontami cosa stai facendo adesso (a parte parlare con me..)

Sto facendo le prove di uno spettacolo teatrale che sarà in scena dal 13 maggio al Teatro 2 di Roma. E’ tratto da un racconto di Henry James e si chiama Gli Amici degli Amici con Alessandra Fallucchi e Chiara Contrò.

Raccontami la storia

E’ una storia fantasy ambientata all’alba della nascita della psicanalisi, in cui si mescolano il piano della realtà e quello fantasmatico. E’ una specie di thriller, un bello spettacolo.

Passiamo a Rex 7, in quest’ultimo periodo quante volte ti hanno chiesto com’è stato interpretare la parte di un disabile?

(ride, ndr) Me lo hanno chiesto molto, ma devo dire che lo capisco. Confrontarsi con la disabilità è una cosa complessa per un attore. Devi sperimentare una dimensione completamente diversa dalla tua. Bisogna immaginare anche come il personaggio vive la sua disabilità.

La prima scena che hai girato sulla sedia a rotelle?

Dovevo entrare nel laboratorio della scientifica e c’era Rex che era molto incuriosito dalle ruote della mia sedie a rotelle. Allora a un certo punto si è avvicinato e mi ha dato un piccolo morso sul polpaccio perché non capiva bene se ero un uomo con le ruote o qualche altra cosa.
E’ stato molto divertente

Hai una formazione teatrale, sono più snob gli autori di teatro verso la tv o il contrario.

(ride. ndr) Gli attori non sono snob è che in Italia teatro e tv sono due mondi separati. In America per esempio c’è Kevin Spacey che fa il film da oscar e poi la serie tv. Credo che l’attore debba fare tutto. Io ho fatto la commedia, la tragedia greca, il musical. Gli attori di teatro delle vecchie generazioni forse si sentivano più al centro di un progetto culturale e vedevano la televisione come una forma di intrattenimento. Oggi è una distinzione non giusta, io distinguo tra chi sa recitare e chi no.

In Rex 7 hai recitato con Francesco Arca, un certo snobismo nei sui confronti invece lo hai percepito?

Francesco, come tutti noi,ha il suo vissuto e deve farci i conti. Lui viene da un certo tipo di esperienze e le persone che scrivono e commentano le riportano. Io però vorrei prendere attore per attore e vedere da dove provengono. Leggo quello che si scrive su Francesco, ma personalmente posso dire di aver trovato una persona seria che fa il suo lavoro con grande abnegazione, umiltà e con tanta voglia di imparare e migliorarsi.

Domanda da donna… ci saranno svolte sentimentali in Rex?

Papini ha questo amore per Annamaria Fiori (Alessia Barela) che però lo respinge per colpa di un tradimento avvenuto in passato. Quello che succede poi lo decidono gli sceneggiatori…

Quanto ha influito la regia di Manetti Bros nel farti accettare la parte di Papini in Rex?

Recitare è il mio lavoro, quindi nessuno mi ha dovuto convincere. I Manetti Bros poi sono una grande risorsa creativa per qualsiasi prodotto vadano a realizzare. Sono due macchine immaginative con grande capacità di coinvolgere e suggestionare. Per me è stato un piacere e un onore, ma anche una grande opportunità di apprendimento.

Una birra con un o una collega di cast… chi scegli?

Te ne dico due, Alessia Barela e Francesca Cuttica. Sono due ragazze e attrici bravissime. Di Alessia Barela ho conosciuto anche la mamma, grande appassionata di teatro e ammiratrice di un attore che purtroppo nopn c’è più, Piero Di Iorio. Con lei abbiamo ricordato questo amico comune.

Il lunedì sera guardi le puntate di Rex?

Qualche volta. Alcune ho avuto già modo di vederle. Se posso si. Le prime due puntate le abbiamo vista tutti insieme in ufficio. 

Puoi fare un furto. Rubare il ruolo di vice questore in Rex a Francesco Arca o quello del cattivo ne Il Peccato e la Vergogna a Gabriel Garko?

(ride, ndr). Forse il cattivo. Per fare il commissario Terzani è più giusto Francesco. Il cattivo mi è capitato poche volte di farlo in tv, quindi un bel personaggio negativo mi piacerebbe.

Ti arrivano contemporaneamente due sceneggiature, una di Virzì l’altra di Sorrentino. Quale leggi per prima?

Quella di Virzì, perché secondo me quella di Sorrentino c’è bisogno che lui te la racconti. Il suo cinema è immaginifico e pieno di visioni. Quando penso a Sorrentino penso al modo di essere regista di Fellini. E se Fellini mi avesse fatto leggere la sceneggiatura di Amarcord, sicuramente avrei provato interesse, però non avrei avuto lo stesso impatto come se mi avesse mostrato le tavole, visto che lui usava disegnare.

Un ruolo che volevi interpretare e non ti hanno preso?

Tantissimi (ride, ndr). Mi dispiace per esempio non essere ancora tornato a recitare al Teatro Greco di Siracusa.  Ho amato molto la Sicilia e l’esperienza di quel teatro, ma… ho ancora tempo.

Cosa guardi in tv?

Io sono un fan di Rai Tre. Poi guardo tantissime serie tv, sia in tv sia sul web. Amo i programmi della Gabanelli e ho una continuità di visione, quando posso, con Chi l’ha visto? Ho una passione per questo programma che mi sembra racconti un’Italia invisibile. 

 Che serie americane stai guardando in questo momento?

In questo momento The Walking Dead e sto riguardando degli episodi di Cold Case, ma ne guardo tantissime anche se non con continuità. Hanno degli standard narrativi altissimi, bravissimi attori e si impara un sacco guardandole.

Posso usarti come statistica per un tema di cui mi sto occupando al momento?

E certo (ride, ndr)

Un uomo tradisce perché?

Credo sia la sua natura. La fedeltà è una cosa culturale. Dal punto di vista fisico credo che l’uomo non sia monogamo.

E perché non lasciano mai le loro compagne

Perché l’affettività è diversa dalla sessualità. Alcune volte si identificano per un periodo nella stessa persona, poi nell’uomo prevale l’affettività e tende a non lasciare ciò che ha costruito.

Questa risposta è da seduta di analisi…

Io sono psicologo. Prendila come deformazione professionale. 

Passando ad altro… prossimo casting?

Per il momento sono concentrato su questo spettacolo e poi su una cosa che vorrei fare a settembre sempre in teatro sulla prima guerra mondiale. Vediamo se ci sarà un Rex 8 e se loro mi vorranno… 

 

PROJECT RUNWAY ITALIA: IL FORMAT SFILA IN PASSERELLA. E CADE.

Project Runway Italia

Dal sito di Project Runway Italia

Ho cercato di non essere impulsiva. Mi sono detta che una volta non basta. Che dare una seconda possibilità è segno di maturità. E così dopo la prima volta c’è stata una seconda e poi anche una terza, ma le prestazioni non sono mai migliorate. D’altronde arrivata a una certa età lo capisci subito quando bisogna cambiare. Il canale della tv, intendo.  E’ una vita che guardo la televisione, ormai lo capisco subito se io e un programma andremo d’accordo in buono e cattivo share finchè la fine della stagione non ci separi. E con Project Runway Italia è stato come un primo appuntamento con un uomo che ti arriva a cena con il calzino bianco. Che non arriverete da nessuna parte lo sai già dall’antipasto.

Quello americano è meglio. Di Project Runway, intendo. Non di uomo.

Dunque, io di principio non sono contraria ai format. Le idee buone è giusto vengano riproposte e condivise. Certo anche stimolare le idee e la creatività di autori italiani non sarebbe sbagliato piuttosto di andare in giro per il mondo con la carta copiativa e riportare in patria le fotocopie. Alla fine è questo quello che sono. Chiamarle format è solo più glamour.

Comunque non è questo il posto per parlare di come in Italia avere idee sia considerato un optional troppo costoso, quindi concentriamoci sulla versione italiana di Project Runway, format americano di successo sul mondo della moda. Si quella cosa lì, quella per cui l’Italia è famosa nel mondo ancora di più che per la mafia. Peccato ci siano voluti gli americani per fare un format di successo sull’argomento. Format che noi, o, meglio, la Fremantle Media ha recepito dopo ben 11 stagioni di show condotto da Heidi Klum e di cui io, che ve lo dico a fare, mi sono persa pochissime puntate

La struttura è quella snella e lineare a cui ci ha abituato anche Masterchef. Niente menate, poco spazio a chiacchiere inutili e montaggio di 50 minuti attraverso cui la puntata si sviluppa seguendo sempre lo stesso canovaccio (in realtà nella versione italiana si accenna a un minimo di backstage).  I protagonisti sono gli stilisti e il loro lavoro. Niente di più facile, avranno pensato.  Se Masterchef  è diventato un programma cult con quelli che tagliano le verdure figurarsi cosa può succedere con uno in cui i concorrenti tagliano sete e pizzi. Beh, può succedere che non va.  Il trucco del buon format è rispettarlo rendendelo appetibile al pubblico della nazione in cui va in onda. Con Masterchef ci sono riusciti, con Project Runway no. Qui i motivi, non in ordine di importanza.

  1. Quando si sceglie una conduttrice per un programma italiano, bisognerebbe cercare una che sappia condurre o, in alternativa, che sappia almeno parlare italiano. Che Eva Herzigova non sappia fare entrambe le cose è inconcepibile.
  2. Quando nella versione americana Tim Gunn parla con gli stilisti io faccio subito mente locale per ricordare se ho abbinato bene mutanda e  reggiseno che ho paura mi veda e mi rimproveri. Quando vedo Ildo Diamanti mi compare il pigiamone di flanella che vuole essere indossato. E lo stesso deve accadere anche ai concorrenti che ascoltano i suoi consigli. Per fare il contrario. (sbagliando, perché loro non sono nessuno e lui è uno stylist).
  3. Passi il rispetto della “liturgia” per spiegare i meccanismi… “nella moda un giorno sei in quello dopo sei out” ecc. ecc., ma il pericolo è che per annettere la conduttrice di Project Runway Italia alla caricatura di Heidi Klum non ci sarebbe nemmeno bisogno del referendum.
  4. I giudici è evidente siano due grandi professionisti, ma televisivamente parlando non reggono. Insomma, se a Manuela Arcuri del Grande Fratello bisogna regalare un’opinione, a Tomaso Trussardi e Alberta Ferretti dovrebbero regalare un’emozione. Hanno l’empatia del velo color carne messo come inserto sulla scollatura di un abito da sera. Così, per dirla fashion.
  5. E alla fine loro, i concorrenti. Una massa di soggetti così presuntuosi che magari si sentissero Valentino Garavani. E invece no. D’altronde Valentino è così antico e ripetitivo con quel rosso. Loro si sentono… Enzo Miccio. Che fa più moderno televisivo.  E noi ce ne accorgiamo a ogni strillo.