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FEDEZ E CHIARA FERRAGNI SON TORNATI

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Dopo aver scritto in difesa della categoria blogger, mi sento più giustificata a fare un tuffo nel gossip che… Tania Cagnotto spostati da quel trampolino.
Devo infatti assolutamente parlare di Fedez e Chiara Ferragni. Sono i miei nuovi effetti luce biondo platino che me lo chiedono.
Dunque, i social pochi giorni fa sono andati in ribasso di like per il sospetto che la coppia più social del momento si fosse lasciata. Il panico ha attanagliato i follower. Alfonso Signorini ha sguinzagliato tutti i ragni in circolazione promettendo loro che se avessero trovato Fedez avrebbero avuto alloggio gratis nella ragnatela che ha tatuata sul collo.
Poi finalmente Chiara ha postato. I miss you. In cui you stava per fedez come la foto di loro due nudi e avvinghiati dimostrava inequivocabilmente.
La prossima volta che ci sarà aria di crisi, sicuramente qualche stilista farà meno il pulciaro e metterà qualcosa addosso a tutti e due che se no prendono freddo senza nemmeno un logo a riscaldarli.
Avete notato che l’ho chiamata Chiara e non insalatella? Ebbene si, dopo aver confessato a me stessa che la invidio profondamente, mi è più simpatica. Ciò non toglie che ha avuto una botta di culo che nemmeno kim kardashan e jennifer lopez insieme. Dicevamo l’invidia…

Sembra quindi che i due siano ancora una coppia, ma restano ancora due domande che il mondo social continua a porsi, oltre naturalmente a quella riguardante l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale:
1. Sarà una storia vera o costruita a tavolino? Che facciamo? Chiamiamo il giudice di Forum per stabilirlo, cosi se viene accertata la presa per il culo quelli che si sono sentiti traditi possono presentarsi come parte lesa e chiedere il risarcimento per gli acquisti fatti sotto l’influenza fashion dei Ferragnez? Vera o falsa che sia la loro storia, sti due viaggiano, tutti li vogliono, tutti li cercano e tutti vogliono fotografarli. Se non si divertissero per davvero sarebbero due tristoni. E, diciamoci la verità, pure se non ci scappasse un accoppiamento tra un volo intercontinentale e l’altro. Quindi esattamente a noi cosa importa misurare il livello di serietà della loro storia? Io prima di capire che intenzioni avesse il mio fidanzato ho dovuto aspettare almeno cinque aggiornamenti di IOS e una volta aggiornato non ho nemmeno avuto una dichiarazione d’amore social.
2. La seconda domanda che il mondo social si pone supera il gossip per entrare nella “sociantropologia”. Mai sottovalutare l’etica di un utente facebook o instagram.
Sarà giusto postare la propria storia d’amore sui social, non sarebbe meglio vivere i propri sentimenti invece che postarli? I sentimenti dovrebbero restare privati.
Beh, allora pure quello che se magna tuo figlio, che è tanto bello con quel musetto che ci riproponi da tutte le angolazioni, dovrebbe restare una questione privata tra te, lui e gli enzimi del suo stomaco. Il livello social dei propri sentimenti e dei propri affetti ognuno lo decide per sé. Fa parte di quel famoso concetto di libertà di cui tanto si parla. E comunque se mi pagassero, è un attimo che prenderei il mio fidanzato gli darei un bacio in bocca con la lingua facendo un selfie e gli scriverei pure ti amo con un cuore. Anzi in francese. Je t’aime, così ci metterei pure una marchetta allo champagne che vende lui. E se noi ci amassimo per davvero o no la maggiorparte di voi non lo saprebbe mai.

IO SONO BLOGGER, THE CITYBLOGGER

 

blogger

Visto il mio soprannome, è ovvio che non faccio parte di quella categoria di persone che ritiene blogger e stronzo due sinonimi. Leggermente masochista lo sono, ma non fino al punto di darmi della stronza da sola.

Io ho un blog da quando i blog esistono. Per un’egocentrica come me, la possibilità di scrivere e di essere letta da chiunque era un’oppo

rtunità che mi intrigava ed entusiasmava tantissimo e l’ho sfruttata. Era bellissimo che persone sconosciute ti contattassero e commentassero i tuoi post nel bene e nel male. Negli anni sono nate amicizie, inim

icizie, confronti animati e ho pure ottenuto un paio di lavori interessanti.
Poi è arrivato facebook e le dinamiche dei blog sono un po’ cambiate, non solo per me.
Ora vi svelerò una verità che potrebbe dare un brutto colpo al vostro ego da professionisti della comunicazione. Con il social siamo tutti diventati un po’ blogger, fatevene una ragione. Tutti noi scriviamo aneddoti sulla nostra vita quotidiana, riflessioni politiche o sociali, commentiamo eventi o programmi tv. Insomma, scriviamo d

i noi e dei nostri interessi.
Teniamo un diario. Che è lo spirito con cui i blog sono nati.
E allora quando è successo che i blogger sono diventati il nemico? Probabilmente quando i blog da strumenti di svago sono diventati strumenti di lavoro. Ben remunerato oltretutto. E sono iniziati i rosicamenti sia di chi non riesce ad appassionare come un blogger sia di quelli che non guadagnano come un blogger.
Prima che mi nasca l’aureola, però, devo inserire un… però.
Io per prima, nel mondo della moda, ho sempre criticato ragazzette presuntuose e senza nessuna competenza che si ergevano a detentrici del cromosoma di Coco Chanel esclusivamente per la loro esperienza a comporre outfit con “gira la moda”. Io per prima ho rosicato a vedere foto di borse da sogno “appese” al braccio di una figlia di papà con hashtag#cenafuori. Cena fuori da tua sorella, risponder

ei a queste, che io una borsa cosi dopo 18 anni di contributi non me la posso permettere nemmeno se me la regalano.
Comunque, tornando a noi. E’ ovvio che esistano blogger che non hanno professionalità, che esistano gli improvvisati, i marchettari e gli scrocconi. Poi però esistono blogger bravi, che hai voglia di leggere e seguire anche se qua e là becchi la marchetta a un prodotto.
D’altronde chi c’è dall’altra parte? Avete sfogliato le riviste di moda degli ultimi anni? Il livello è talmente basso che il dubbio che gli articoli siano scritti da una blogger che non ce l’ha fatta è fortemente lecito.
Parlo del mondo della moda perché è quello che conosco meglio, ma credo che queste considerazioni possano declinarsi a tutti i settori in cui la presenza dei blogger ha causato
impeachment degni di Bill Clinton. Lo scandalo non sono i blogger. Lo scandalo è che quelli che li criticano tanto non sappiano contrastarli con quella professionalità che tanto decantano.
Insomma, quando a me chiedono se sono una blogger, io rispondo “magari”.

In difesa del selfie. Amen

1553492_10152696162958280_2784975123503973861_o-2Prima di tutto si chiama selfie. Fatevene una ragione. In tutto il mondo parlano inglese e noi qua a piagnucolare mortificati perché non si dice più “autoscatto”. Che vogliamo tutti espatriare, ma poi quando si tratta di parole escono fuori i patrioti, quelli che per loro la crusca è un’accademia mica un alimento per aiutare le funzioni intestinali.

Sarà per l’inglesismo ma il selfie si è subito connotato negativamente. Ostentazione, esibizionismo, narcisismo, insicurezza. Praticamente chi si fa i selfie è una specie di mostro, qualcosa a metà tra Dorian Grey, il maniaco che va in giro per i parchi senza nulla sotto l’impermeabile e Linus. Solo che al posto della coperta si porta dietro il telefono.

Io, invece, che ve lo dico a fare, il selfie lo trovo onesto. E’ una dichiarazione di intenti: “mi sono fatta una foto appositamente per postarla. E ovviamente è una foto bella, se no col cavolo che la vedevate su facebook”. Mi trovate esibizionista? Insicura? Egocentrica? Non guardate. Ci sono altre bachece piene di persone che si sparano pose e, per ottenere la perfetta foto social, si fanno fare 200 scatti dal povero cristo di turno che, la maggiorparte delle volte, dopo la visione del risultato viene denigrato per non essere nato con il gene di Helmut Newton.
Personalmente spendo tre quarti di quello che guadagno in vestiti e accessori, posso avere la soddisfazione di vederli pubblicati sulla mia bacheca, almeno fino a quando Vogue non vorrà l’esclusiva? Guardate che poi vi toccherà pagare 5 euro al mese per vedere come sono vestita.

Comunque, tolte le persone normali che si fanno i “selfie” propri e non rompono le scatole al prossimo, con il passare del tempo e con il dilagare della mania si sono delineate delle precise categorie di “selfiatori”:

1. Gli obiettori. Non fanno selfie per convinzione, ma fotografano tutto quello che mangiano e bevono. Praticamente si fanno i selfie dell’apparato digerente.
2. I giustificatori. “Mi sto facendo un selfie non perché voglia farmi un selfie ma perché…”. Alla fine viene fuori che i selfie li fanno per la critica della ragion pura. O pratica.
3. I coraggiosi. “Ehi, voi guardate, ho pubblicato un selfie e non mi vergogno di dire che ho pubblicato un selfie”.
4. I radical selfie. Quelli che, se ti fotografi mentre leggi un quotidiano o un libro d’autore, non è selfie. E’ cultura.
5. I bulimici. Uno nessuno centomila selfie. Tutti insieme nello stesso post. Che prima di riuscire a guardarli tutti fai in tempo a finire di leggere Guerra e Pace.
6. I collagisti. Vorrebbero pubblicarne 100, ma sanno che Guerra e Pace è lungo e pesante. Quindi fanno il collage. Una reinterpretazione del “prima e dopo la cura”: “durante il selfie”.
7. I selfie per caso. Non volevano fotograrsi. E’ il selfie che si è autoscattato.
8. I negazionisti. Sono convinti che se non ci mettono la faccia non è selfie. E’ foto. L’alluce del proprio piede subito dopo il pedicure o la doppia punta del capello inclusi.
9. I leopardiani. La frase tipica è “Guardate come sto male oggi”. Si… peggio di ieri, ma meglio di domani.
10. I subliminali. Quelli che noi pensiamo sia un selfie, ma in realtà è un messaggio in codice tra Cia e FBI.

Uomo. Tipologie.

imagesMa quando è successo che ci siamo ritrovate noi a dover capire gli uomini? Per tradizione non eravamo noi quelle complicate, con il ciclo e gli ormoni che un momento saltano come Roberto Bolle e l’attimo dopo rotolano come Giuliano Ferrara?

Si noi, quelle che adesso fanno gli screenshot delle conversazioni e li mandano alle amiche, che praticano in maniera maniacale lo scroll per ritrovare quel messaggio che lui ci ha scritto 1 mese, tre giorni e 2 ore fa e la maggiorparte delle volte si tratta di quattro parole messe in croce su cui nemmeno a Voyager riuscirebbero a costruirci un mistero. Potrebbero giusto vagliare la possibilità che letti al contrario acquistino un significato di senso compiuto. Non ci avevate pensato, eh?
Comunque, cerchiamo di fare ordine e capire che tipi di uomini abbiamo davanti, ricordando che però sono dettagli. Stiamo decifrando un whatsapp. Non c’è nemmeno bisogno della doppia spuntatura per capire che l’uomo in questione non vuole stare con noi. Ma, illudiamoci, confidiamo nella regola delle eccezioni e andiamo dunque per categorie. Nella migliore delle ipotesi il vostro lui cosrrisponderà a una o al massimo a due di quelle elencate. Se abbiamo trovato quello in cui si concentrano tutte, diciamo in nome di Cupido, di Venere e di Afrodite e rassegniamoci. Siamo parecchio sfigate.

1. Lo psicopatico. Un attimo prima ti scrive che è in crisi. Quello dopo ti sta raccontando che gli è successo un casino al lavoro.
2. Il buono. Quello che non vuole farti soffrire perché si conosce. Di solito è anche presuntuoso perché l’ipotesi che lo faccia soffrire tu non la prende nemmeno in considerazione.
3. Il paranoico. Mi piace stare con te, ma non voglio stare con te. Sono strano. Sbaglio sempre. Ma forse sbagli tu. O io. E’ il mondo quello sbagliato.
4. Mary Poppins. Gli piace stare con te, gli piace tutto di te, ma ti manda a quel paese. Con lo zucchero, però. Che una dovrebbe mandarlo a fare due chiacchiere con lo spazzacamino. Incastrato in una canna fumaria.
5. Il claustrofobico. Gli manca l’aria. Deve avere la finestra aperta. Peccato non gli serva mai per buttarsi di sotto.
6. Il pauroso. Ha pensato di dover iniziare una relazione. Oh, cazzo. L’ebola, praticamente.
7. Il sentimentale. Non vuole che lo odi. Lui, piccolo cucciolo di labrador (che ci affogasse nei rotoloni della scotte)
8. La vittima. Tutti i mali del mondo si sono dati appuntamento per l’happy hour. Sulle sue spalle.
9. Il bugiardo. Quello che “io? No, non l’ho fatto”. Ah, coglione… non lo avrai fatto, però l’hai scritto.
10. Il paraculo. Lui? No. E’ colpa del correttore automatico dell’iphone. O del fatto che è disadattato. Definisci disadattato, dai…
11. Il “senzapalle”. Non ce la fa. Vorrebbe, eh. Mica no. E’ che madre natura è stata stronza.

E noi che gli avevamo solo scritto “ciao”.

Io punto e accapo.

puntoMio padre quando qualcuno gli fa i complimenti per come scrivo inizierebbe a raccontare del mio primo tema a scuola, per fortuna degli interlocutori però interviene mia madre con un “grazie è vero scrive bene, peccato che sbaglia sempre tutta la punteggiatura”. Odio dover ammettere che mia madre ha ragione, ma solo in quanto prof, eh. Non si dà mai ragione alle madri. Che poi si abituano (e prima di questa frase non ci andava il punto). In effetti, io metto le virgole per continuare frasi che invece andrebbero interrotte, allungo discorsi che invece andrebbero chiusi con tre parole e impazzisco di puntini sospensivi, quelli che li metto…. così non devo finire le frasi. E poi, si, lo confesso, mi è capitato, anche se raramente, di cascare nella trappola del punto e virgola, l’odioso segno dell’incertezza, della confusione, quello che non sai se ci vuole il punto o la virgola e alla fine la butti in caciara. Li metti entrambi. E i punti interrogativi? Sempre a chiedermi cose, ad aspettare risposte. Che noia. Del punto esclamativo invece non posso farne a meno. E’ un segno di interpunzione parecchio paraculo ma, per chi, come me, non usa le faccine, diventa davvero indispensabile per sdrammatizzare messaggi compromettenti. Della serie “te lo sto dicendo, ma con il punto esclamativo. Tiè. Anzi, due punti esclamativi. Aritiè”. Il segno che però amo di più è il punto. Il punto è la libertà. Lo metti e puoi decidere di continuare a scrivere sullo stesso rigo, andare accapo o addirittura iniziare un nuovo capoverso, ma intanto lo hai messo. Magari ci avresti voluto mettere una virgola o addirittura una bellissima parentesi, di quelle quadre che sono tanto stilose, e poi, no, ci rifletti e pensi che quel periodo ha bisogno della sua conclusione anche perché a rileggerlo tutto d’un fiato capisci che hai fatto una gran confusione. L’importante, una volta messo, è ricordarsi di ricominciare a scrivere con la lettera maiuscola. Ecco, adesso ci vuole il punto.

CI HANNO FATTO CREDERE CHE….

00_dirty_dancingIo e quelle della mia generazione siamo cresciute in un periodo cinematografico così romantico che è già tanto che agli uomini apriamo la porta di casa e non facciamo cadere trecce dai balconi per farli entrare.

Noi abbiamo visto Sex and The City nell’età in cui percepivamo quelli di Carrie e delle altre come racconti liberamente ispirati alle nostre vite sentimentali. A noi quelle cose sono capitate per davvero. E adesso noi abbiamo 37 anni o giù di lì e siamo circondate da ragazzine con il vissuto sentimentale di un Bignami che hanno sintetizzato così anni e anni di sofferenze amorose ed esperienze traumatiche: per avere Mr Big basta imparare a fare i pompini.

Insomma, un conto è essere adolescente sognando Pierre Cosso che ti passa le cuffiette mentre ballate, un altro pensando a come incastrare Raul Bova di vent’anni più grande o a come rubare il marito a quella poraccia di Giovanna Mezzogiorno.

Maledizione, vi rendete conto? Noi siamo quelle a cui hanno fatto credere che nessuno può metterci in un angolo. Anche se abbiamo un naso sproporzionato e ci vestiamo come Heidy. In realtà ci hanno fatto pure credere che in una settimana possiamo imparare a lanciarci da un palco e fare il volo d’angelo. Io però, probabilmente per una forma di autodifesa, ho sempre preferito credere di più alla storia dell’angolo.

Come la mettiamo se canticchio “love lift us up where we belong – Where the eagles cry, on a mountain high – Love lift us up where we belong – Far from the world we know – Up where the clear winds blow”? Ci hanno fatto credere che se parte quella canzone dobbiamo guardarci le spalle. Probabilmente sta arrivando Richard Gere a portarci via, in braccio, dopo averci baciate con passione. E invece no. Abbiamo capito che se sentiamo quella canzone al massimo dobbiamo guardare il telefono. Che forse lui ci ha messo un like su facebook.

E pensate un po’ a Pretty Woman. Ci hanno fatto credere che lui fosse il principe azzurro che affrontava le vertigini per salvare lei. Com’è che a un certo punto lui è diventato Silvio Berlusconi che affronta le Procure per scoparsi lei?

E Insonnia d’Amore? Ci hanno fatto credere che fosse possibile incontrare l’amore della propria vita in cima all’Empire State Building. E che lui non andava lì solo per fare sesso. Roba che adesso se a uno gli dici che abiti al sesto piano ti chiede se c’è l’ascensore. E se hai il ciclo.

Ci hanno fatto credere che anche due disadattati vintage come Michelle Pfeifer e Al Pacino in Paura D’Amare possano alla fine sedersi davanti a una finestra e dirsi “Per sempre e malgrado tutto”. E soprattutto ci hanno fatto credere che un uomo sappia cosa significa “malgrado”.

Il colpo di grazia però ce lo ha dato Love Actually, uscito quando ormai credevamo di essere nel pieno dell’età della disillusione, quella in cui Romeo non è più un uomo follemente innamorato ma solo un rincoglionito che non ha nemmeno capito che Giulietta fingeva. Ci hanno fatto credere che uno può bussare alla tua porta e dirti di essere innamorato di te scrivendolo su dei cartelli. E per un attimo si, abbiamo pensato che potesse succedere anche a noi. Io l’ho pensato.
Lui che bussa alla mia porta, io apro e mi ritrovo lui con un cartello in mano. Sorrido perché penso che anche lui ha visto Love Actually. Parte la colonna sonora. Quella di Profondo Rosso. E io leggo il primo e unico cartello che dice “Il problema non sei tu, sono io”. Con un’emoticon triste

SIAMO COSI’… DOLCEMENTE DONNE ALFA.

blogInutile girarci intorno. Se hai più di 35 anni, da qualche tempo la tua relazione più stabile  è quella con sky, hai un lavoro e una certa indipendenza economica, sei abituata ad avere il potere decisionale di un dittatore, i filtri li usi solo su instagram e non nel processo che trasforma i pensieri in parole e sei convinta che il testosterone sia un integratore da prendere prima di pasti con abbondante acqua, bene. Sei una donna alfa.  Ed è probabilmente per questo che non hai un uomo. Alla maggiorparte degli uomini, dato di fatto incontrovertibile, le donne alfa non piacciono abbastanza. Il motivo io non lo so. Bisognerebbe chiederlo a loro. Probabilmente ha a che fare con le loro madri che “amore di mamma tu sei il principe azzurro. Senza di te Cenerentola andrebbe in giro scalza e Biancaneve sarebbe in avanzato stato di decomposizione”.
Tutti figli di… gatte morte.

Ma passiamo alla pratica. Mettiamo a confronto la donna alfa e la gatta morta davanti alla stessa situazione.

n.b. la gatta morta sbatte continuamente le ciglia, anche quando è a telefono e parla sempre, sempre, con il tono di voce orgasmico.

  1. C’è qualcosa che perde vicino il lavandino della cucina. Lei prende il telefono e:
    (la gatta morta): Amoreeeeeeee si sta allagando la cucina, aiuto. Deve essere quel coso lì che si è rotto. Cosa faccio?
    (la donna alfa): pronto soccorso idraulico? Mi si è allentato il sifone del lavandino in cucina può mandare qualcuno? (nei casi conclamati, lo stringe da sola, ndr)
  2. Divano. Partita di calcio. Lei e lui a guardarla. Fuorigioco controverso.
    (la gatta morta): Tesorooooooo ma me lo spieghi cos’è il fuorigioco, io non lo capisco proprio.
    (la donna alfa): se non riesci a vedere che quello stava almeno un metro avanti quando gli hanno tirato la palla, mi sa che devi passare dall’oculista.
  3. Sabato sera. Lungotevere zona Piazza Trilussa in macchina.
    (la gatta morta): Amoreeee è cosi romantica Piazza Trilussa con tutta questa gente guarda il tevere illuminato, che bello. Mi piace che siamo passati di qua
    (la donna alfa): Passare per l’Olimpica, no, eh?
    (per quelli non di Roma, quel Lungotevere il sabato sera è rinomatamente uguale alla Salerno-Reggio Calabria il 14 agosto. E senza nemmeno un autogrill)
  4. A letto dopo che per lui è successo di tutto e per lei niente.
    (la gatta morta): Amoreeeeeee, sei stato fantastico. Strepitoso. Wow wow wow.
    (donna alfa): ma tu lo sai cos’è il clitoride?
  5. Lui la chiama e le chiede cosa vuole fare per cena.
    (gatta morta): decidi tu, amore, li sai scegliere così bene i ristoranti…
    (donna alfa): il nuovo ristorante in centro dicono faccia una carne strepitosa. Passo a prenderti io tra un’ora.
  6. A cena. Il momento del conto.
    (la gatta morta).Grazie, amore
    (la donna alfa):Grazie. La prossima volta pago io”
  7. Lui le fa un regalo.
    (la gatta morta). “Uhhhh amore, è bellissimo, ma come hai fatto a sapere che mi piaceva. Grazie, tesoro. Che dici, posso cambiare il colore? Io con il rosso sto meglio. Amore”
    (la donna alfa): non dovevi proprio. (e il giorno dopo corre a comprargli qualcosa)
  8. Lui la richiama dopo non aver risposto a due telefonate.
    (la gatta morta) “Amoreeee mi stavo preoccupando, stai bene? Meno male… vederci adesso?… no scusa non rispondevi e ho preso un impegno… (in realtà è a casa sul divano a mettersi lo smalto ai piedi)
    (la donna alfa)Perché non mi hai risposto? … Adesso? … In realtà sono con le mie amiche, ma in mezz’ora mi libero e passo da te” (la donna alfa vacilla quando si sente abbandonata, in compenso però lei era uscita per davvero)
  9. Lui si fa accompagnare a comprare una camicia e ne prova una a quadrettini rossi e verdi:
    (la gatta morta): “Ti sta bene, amore” (poi si avvicina all’orecchio) “con quella a quadrettini azzurri però sei più sexy”
    (la donna alfa): “E’ brutta”
  10. Un’amica comune chiede a lui e lei che programmi hanno per le vacanze
    (la gatta morta)un posto bello dove riposarci ma anche visitare qualcosa, vero, amore?” (accarezzandogli la mano)
    (la donna alfa) “io voglio andare in california”

Cari uomini, avete ragione, le donne alfa sono parecchio impegnative, complicate e anche un po’ disadattate… ma, cazzo, come fate a preferire le gatte morte?

 

QUANDO UNA DONNA NON LO FA DA….

calendarioFaccio la solita premessa per mamma, papà e parenti vari. Io sono sempre vergine. Sono le mie amiche a essere pervertite e a ispirarmi questo tipo di post.

Parliamo di sesso, si è capito, no?

Leggenda vuole che le donne single facciano sesso con minor frequenza rispetto agli uomini, soprattutto quando non sono più delle ragazzine a caccia di esperienze. Quando metà delle esperienze sessuali sono diventate episodi esilaranti da rievocare ciclicamente con le amiche, una donna prima di andare a letto con uno conta fino a 1000, che sono i modi in cui uno con le aspirazioni da stallone potrebbe traumatizzarla. Se una volta arrivata a 1000 lui è ancora lì allora, al motto che in fondo “i cavalli di razza si vedono all’arrivo”, gli si dà una possibilità, almeno per premiare la pazienza.

Gli uomini sono diversi. Sono più basici. Più Coraggiosi. Non si lasciano spaventare da un gambaletto color carne, un tacco quadrato 4×4 o da ricordi imbarazzanti dell’ultima donna con cui sono stati. D’altronde, cosa dovrebbero ricordare loro? Che una è più o meno brava a fare delle cose? E sono anche più arroganti. Ora, senza entrare nei dettagli da film porno, ma noi donne siamo sessualmente meno presuntuose. Insomma, non so come dirlo, ma noi donne abbiamo la prova pratica. Loro no. Quindi è normale che possano millantare cose mai accadute. Siamo noi quelle che restano a fare i conti con la realtà.

Comunque, non è questo il tema del post.

Qui si parla di noi donne. E degli intervalli di tempo che passano tra un uomo e un altro.  O meglio, tra il sesso con un uomo e il sesso con un altro. Indipendentemente se sia con o senza amore. Che questo sarebbe tutto un altro post…

Eccoci dunque a fare i conti con il calendario. Analizziamo uno per uno i vari intervalli di tempo.

 Da 0 a 1 mese. Avete un gran culo, voi. In tutti e due i sensi, molto probabilmente (io da questo intervallo mi tiro decisamente fuori, per tutti e due i sensi). Di solito a noi donne serve una settimana per realizzare che quello con cui siamo state non ha nemmeno chiamato il giorno dopo. E altre due per parlarne male.  Premettendo che non abbiamo più l’età per dire “esco e vado con il primo incontro”, nella settimana che resta dovremmo conoscere uno, flirtare il minimo necessario per fargli credere che ci siamo cascate, uscirci e procedere alla messa in pratica.  Tutto in sette giorni. E qua siamo in Italia, la fila alle poste per pagare una bolletta può durare molto di più… quindi, beate voi.

Da 1 a 3 mesi.  Se siamo in questo intervallo possiamo ritenerci fortunate. Siamo circondate da uomini che se non sono intimiditi sono insicuri e se non sono insicuri sono spaventati e se non sono spaventati sono quelli da 0 a 1 mese di un’altra che, mentre voi tirate fuori il vostro migliore push up di Victoria’s Secret, lo massacra di messaggi per uscirci di nuovo e poi alla fine gli scrive che è uno stronzo. E che ce l’ha piccolo. E pure poco funzionale. E’ un attimo che vi ritrovate a fare da crocerossina alla sua autostima, senza che lui, traumatizzato, vi metta le mani addosso. Il rischio di perdere mesi preziosi è dietro l’angolo, quindi da 1 a 3 è un intervallo di cui non bisogna lamentarsi. Certo, per ognuna di noi che fa l’amica crocerossina, c’è una donna che interromperà la sua astinenza… visto che del nostro lavoro umanitario i frutti li raccoglie sempre un’altra. E’ una forma di solidarietà femminile pure questa.

Da 3 a 6 mesi. Capita. Probabilmente siamo innamorate (di uno che evidentemente né ci ama e né ci fa altro con noi). E siamo naturalmente fan di Venditti… Che non c’è sesso senza amore è dura legge nel nostro cuore…  Qualche uomo magari lo conosciamo pure, ma noi qui abbiamo bisogno di maschi che ci sappiano prendere nel modo giusto. Già siamo monoinnamorate  e fan di Venditti non è che possiamo pure fare le panterone per facilitare il lavoro a quelli che usano il testosterone per essere più virili durante una partita di candy crush.

Da 6 a 12 mesi. Niente panico, nulla di particolarmente grave. Prima di tutto dobbiamo capire che anche la bella addormentata ha dormito meno di noi prima di essere baciata dal principe. Assodato questo, svegliatevi come fanno tutte le altre principesse. Con il caffè. E andate in giro. Almeno, se il vostro futuro è la castità, nessuno potrà rimproverarvi di non aver sedotto fino alla fine. 

Da 12 mesi in poi.  Chiedete il favore a un amico. Probabilmente la monaca di Monza vi ha scagliato la sua vocazione. E adesso voi siete monache e lei se la spassa…

MEGLIO UNA BOTTIGLIA DI FRANCIACORTA OGNI TANTO O UN BUON RIBOLLA TUTTI I GIORNI?

Franciacorta-cantina_600x398Nel caso vi piaccia più il Ribolla del Franciacorta, vi avviso che cambiando l’ordine dei vini il post non cambia. E non cambia nemmeno se scegliete altre tipologie. Traduco il titolo per le astemie. Se a un certo punto ti rendi conto che l’uomo dei tuoi sogni è quello che quando ci stai insieme ti rende la donna più felice del mondo ma purtroppo puoi averlo solo ogni tanto,  verosimilmente quando lo decide lui,  devi rinunciare alla felicità e scegliere quello che ti piace così così e ti rende felice ma solo un po’? Insomma, a un certo punto, bisogna accontentarsi?

Si, accontentarsi. E’ questo il verbo che a nessuna donna piace ma con cui tutte dobbiamo fare i conti. L’alternativa potrebbe essere quella di … colonna sonora di American Horror Story in sottofondo… rimanere sole. E’ a questo punto che noi donne visualizziamo il nostro corpo in avanzato stato di decomposizione in un appartamento in cui viviamo sole. Senza nemmeno un gatto che ci miagola accanto per avere i croccantini. Avere un gatto fa troppo zitella, avevamo pensato. Comunque, nel caso, consiglio il cane, che sarebbe capace di chiamare il 118 da solo pur di salvarci.

Io però sono una ambiziosa. Voglio il Franciacorta. Tutti i giorni. Insomma, il Ribolla mi piace ma perché devo sceglierlo se ci sono enoteche che vendono le mie bollicine preferite? Magari è più difficile da trovare, ma quando finalmente lo hai tra le mani, alla giusta temperatura, e lo stappi… capisci che nessun Ribolla, per quanto buono, potrà mai farti sentire così. E’ una questione di emozioni. Sono metafore, eh. Non è che voglio comprarmi un fidanzato.

Io mi sento una single fortunata. Stare da sola non lo vivo come un dramma. E anche la prospettiva di rimanerci non mi spaventa. O almeno non mi spaventa così tanto da dovermi preoccupare di trovare un uomo a ogni costo. A ogni costo semmai voglio trovare… lui. Quello che renderà la mia vita migliore. Sempre che esista. E dopo vari tentativi ho capito che l’uomo così lo devo trovare già fatto. Non è che posso farcelo diventare. Insomma, non è che prendi un Ribolla e lo trasformi in Franciacorta tanto facilmente. Se sei un enologo forse. Ma se nella vita organizzi eventi sei spacciata. Da un vino secco non puoi farci uscire le bollicine. No way.

Certo, ora se mi fate pensare a due braccia che mi stringono nel letto prima di dormire, qualche scompenso mi viene, però se poi penso che quelle braccia sono attaccate al corpo di un mammone, di un disadattato, di un traumatizzato o di uno che per qualsiasi motivo ha bisogno di una crocerossina allora stringo forte la mia borsa dell’acqua calda, mi giro su un lato e chiudo gli occhi. Mi sento calda e protetta lo stesso.

Poi ovvio la speranza che da qualche parte nel mondo ci siano quelle due braccia pronte ad abbracciarmi e proteggermi c’è sempre . Sono una che crede ai film d’amore, io. E in nessun film d’amore lei si è accontentata di lui solo perché la fa sentire “serena”. Io a 90 anni, se ci arrivo, vorrò essere serena. Prima voglio essere felice. Ma proprio felice. Di più di quanto non lo sia adesso che sto da sola. Di più. Non uguale. Di più.

E chi commenta dicendo che a un certo punto il rapporto cambia, la passione finisce, i problemi aumentano, i peli superflui pure, allora può andare dritto su youporn a divertirsi un po’. Parlo al maschile perché queste sono le classiche frasi di maschi infelici che soccombono al matrimonio o alla convivenza. Le donne, quelle che basta che si beve una cosa, la accettano la routine. Loro sono “serene”. Il massimo che può accadere è che bevano l’aceto o… vengano tradite. E’ difficile che restino senza bottiglia e, nel caso in cui accadesse, no problem. Dal beverage si passa agli alimenti.

E comunque anche il migliore Franciacorta, se non te lo sai gustare, prima o poi sfiata. 

 

I TEMPI DEL SESSO

pg-30-Bridget-Jones-PAPer me è molto imbarazzante scrivere questo post sapendo che mio padre e mia madre mi leggono. Quindi faccio una doverosa premessa. Io sono vergine. Quello che leggerete lo scrivo esclusivamente per sentito dire. Uso la prima persona per comodità. Al momento sto anche un po’ rosicando, perché è da giorni che penso di scrivere questo post (sempre su quello che ho sentito dire da amiche più evolute di me) e mi sono lasciata anticipare dal trailer di E’ tutta colpa di Freud. Io però lo scrivo lo stesso. D’altronde non c’è donna, reale o protagonista di qualche serie tv, che non abbia già affrontato la questione. Quella di quale sia il momento giusto per andare a letto con un uomo la prima volta.

Le ragazze della mia generazione sono cresciute con la regola del terzo appuntamento. L’uomo ti deve invitare, ti devi richiamare, poi ti deve portare al cinema e infine, dopo che si è sentito dire di no a un’uscita (una ragazza non deve essere sempre disponibile) deve organizzare la seratina romantica in cui finalmente si rotolerà con te tra le lenzuola, sperando ne sia valsa la pena pagarti due cene, un film e un drink post cinema. Per una sorta di tacita convenzione, lei crederà di essere una brava ragazza, lui un conquistatore. Beh, io questa regola l’ho sempre trovata abbastanza stupida.

Sono sempre andata a letto con uno quando mi andava di farlo. Evidentemente ho sempre sbagliato. All’uomo piace essere coglionato. L’uomo non comprende che esistono donne a cui il sesso piace. Non è una prerogativa maschile, il sesso. Insomma, la conclusione è che  alla regola dei 3 appuntamenti creata appositamente per noi, alla fine, ci hanno abboccato gli uomini. La conseguenza è che, se una va a letto con un uomo la prima sera, è mignotta. L’uomo pensa che se una non ha aspettato i 3 appuntamenti con lui, non lo ha fatto nemmeno con gli altri. Anzi magari con qualcuno è andata a letto addirittura prima di andarci a cena. Che, magari a trovarlo uno che ti prende così tanto, così, tra parentesi. Probabilmente rosicano perché pensano che se loro non pagano almeno una cena non hanno speranze. Bacchettoni. I miei genitori sono più elastici di voi. Mica ci hanno creduto che sono vergine.

Allora, adesso vi dico una cosa, cari maschi. Le donne che vengono subito a letto con voi lo fanno o perché non hanno nessuna voglia di venire di nuovo a cena o perché, anche se siete carini, siete noiosi o, più semplicemente, perché ne hanno voglia. Si ne abbiamo voglia anche noi, esattamente come voi. Tra i motivi non è contemplato essere mignotte. Le mignotte, quelle vere, in realtà, sono quelle che lo pianificano di venire a letto con voi. Per incastrarvi e per compiacervi. Quelle che con il sesso non si divertono. Lo vivono solo come passaggio fondamentale per arrivare al loro obiettivo. Farsi sposare, nella maggiorparte dei casi. E voi, abbocconi, ci cascate.  Le donne, spesso, il sesso lo usano e alcune lo sanno fare pure parecchio bene. Basta citarvi Madame de Pompadour o devo farvi esempi più recenti?

Così arriva il momento in cui pensi a queste donne e poi guardi te. E la regola dei tre appuntamenti la rivaluti. Pensi che a scriverla sia stata una che si vantava di non usare strategie e si è ritrovata da sola davanti allo specchio a vantarsi di essere una coerente. Con le sue rughe a riderle in faccia. Così, mi ritrovo a immaginare il mio futuro sentimentale, immagino che dovrò diventare sorda a tratti perché talvolta dovrò fingere di non sentire il telefono se un lui mi chiamerà, dovrò fare la parte di quella che dà il bacino della buonanotte anche se vorrebbe fare altro, di quella che dice di essere impegnata anche se deve solo guardare una puntata di Grey’s Anatomy che oltretutto può registrare, inventare corteggiatori anonimi, citandoli a caso di tanto in tanto, e iniziare a usare il “dico non dico” come strumento di conversazione.

No. Non ce la posso fare. Io non sono così. Oltretutto pensare di uscire con un uomo che si è lasciato coglionare mi fa passare la voglia di dargli pure il bacio della buonanotte figurarsi di farci altro. Io aspetto l’uomo. Quello con l’articolo determinativo.  E adesso, scusate, devo andare. Sento il mio contorno labbra che si sta sbellicando dalle risate.