FEDEZ E CHIARA FERRAGNI SON TORNATI

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Dopo aver scritto in difesa della categoria blogger, mi sento più giustificata a fare un tuffo nel gossip che… Tania Cagnotto spostati da quel trampolino.
Devo infatti assolutamente parlare di Fedez e Chiara Ferragni. Sono i miei nuovi effetti luce biondo platino che me lo chiedono.
Dunque, i social pochi giorni fa sono andati in ribasso di like per il sospetto che la coppia più social del momento si fosse lasciata. Il panico ha attanagliato i follower. Alfonso Signorini ha sguinzagliato tutti i ragni in circolazione promettendo loro che se avessero trovato Fedez avrebbero avuto alloggio gratis nella ragnatela che ha tatuata sul collo.
Poi finalmente Chiara ha postato. I miss you. In cui you stava per fedez come la foto di loro due nudi e avvinghiati dimostrava inequivocabilmente.
La prossima volta che ci sarà aria di crisi, sicuramente qualche stilista farà meno il pulciaro e metterà qualcosa addosso a tutti e due che se no prendono freddo senza nemmeno un logo a riscaldarli.
Avete notato che l’ho chiamata Chiara e non insalatella? Ebbene si, dopo aver confessato a me stessa che la invidio profondamente, mi è più simpatica. Ciò non toglie che ha avuto una botta di culo che nemmeno kim kardashan e jennifer lopez insieme. Dicevamo l’invidia…

Sembra quindi che i due siano ancora una coppia, ma restano ancora due domande che il mondo social continua a porsi, oltre naturalmente a quella riguardante l’eventuale scoppio della terza guerra mondiale:
1. Sarà una storia vera o costruita a tavolino? Che facciamo? Chiamiamo il giudice di Forum per stabilirlo, cosi se viene accertata la presa per il culo quelli che si sono sentiti traditi possono presentarsi come parte lesa e chiedere il risarcimento per gli acquisti fatti sotto l’influenza fashion dei Ferragnez? Vera o falsa che sia la loro storia, sti due viaggiano, tutti li vogliono, tutti li cercano e tutti vogliono fotografarli. Se non si divertissero per davvero sarebbero due tristoni. E, diciamoci la verità, pure se non ci scappasse un accoppiamento tra un volo intercontinentale e l’altro. Quindi esattamente a noi cosa importa misurare il livello di serietà della loro storia? Io prima di capire che intenzioni avesse il mio fidanzato ho dovuto aspettare almeno cinque aggiornamenti di IOS e una volta aggiornato non ho nemmeno avuto una dichiarazione d’amore social.
2. La seconda domanda che il mondo social si pone supera il gossip per entrare nella “sociantropologia”. Mai sottovalutare l’etica di un utente facebook o instagram.
Sarà giusto postare la propria storia d’amore sui social, non sarebbe meglio vivere i propri sentimenti invece che postarli? I sentimenti dovrebbero restare privati.
Beh, allora pure quello che se magna tuo figlio, che è tanto bello con quel musetto che ci riproponi da tutte le angolazioni, dovrebbe restare una questione privata tra te, lui e gli enzimi del suo stomaco. Il livello social dei propri sentimenti e dei propri affetti ognuno lo decide per sé. Fa parte di quel famoso concetto di libertà di cui tanto si parla. E comunque se mi pagassero, è un attimo che prenderei il mio fidanzato gli darei un bacio in bocca con la lingua facendo un selfie e gli scriverei pure ti amo con un cuore. Anzi in francese. Je t’aime, così ci metterei pure una marchetta allo champagne che vende lui. E se noi ci amassimo per davvero o no la maggiorparte di voi non lo saprebbe mai.

IO SONO BLOGGER, THE CITYBLOGGER

 

blogger

Visto il mio soprannome, è ovvio che non faccio parte di quella categoria di persone che ritiene blogger e stronzo due sinonimi. Leggermente masochista lo sono, ma non fino al punto di darmi della stronza da sola.

Io ho un blog da quando i blog esistono. Per un’egocentrica come me, la possibilità di scrivere e di essere letta da chiunque era un’oppo

rtunità che mi intrigava ed entusiasmava tantissimo e l’ho sfruttata. Era bellissimo che persone sconosciute ti contattassero e commentassero i tuoi post nel bene e nel male. Negli anni sono nate amicizie, inim

icizie, confronti animati e ho pure ottenuto un paio di lavori interessanti.
Poi è arrivato facebook e le dinamiche dei blog sono un po’ cambiate, non solo per me.
Ora vi svelerò una verità che potrebbe dare un brutto colpo al vostro ego da professionisti della comunicazione. Con il social siamo tutti diventati un po’ blogger, fatevene una ragione. Tutti noi scriviamo aneddoti sulla nostra vita quotidiana, riflessioni politiche o sociali, commentiamo eventi o programmi tv. Insomma, scriviamo d

i noi e dei nostri interessi.
Teniamo un diario. Che è lo spirito con cui i blog sono nati.
E allora quando è successo che i blogger sono diventati il nemico? Probabilmente quando i blog da strumenti di svago sono diventati strumenti di lavoro. Ben remunerato oltretutto. E sono iniziati i rosicamenti sia di chi non riesce ad appassionare come un blogger sia di quelli che non guadagnano come un blogger.
Prima che mi nasca l’aureola, però, devo inserire un… però.
Io per prima, nel mondo della moda, ho sempre criticato ragazzette presuntuose e senza nessuna competenza che si ergevano a detentrici del cromosoma di Coco Chanel esclusivamente per la loro esperienza a comporre outfit con “gira la moda”. Io per prima ho rosicato a vedere foto di borse da sogno “appese” al braccio di una figlia di papà con hashtag#cenafuori. Cena fuori da tua sorella, risponder

ei a queste, che io una borsa cosi dopo 18 anni di contributi non me la posso permettere nemmeno se me la regalano.
Comunque, tornando a noi. E’ ovvio che esistano blogger che non hanno professionalità, che esistano gli improvvisati, i marchettari e gli scrocconi. Poi però esistono blogger bravi, che hai voglia di leggere e seguire anche se qua e là becchi la marchetta a un prodotto.
D’altronde chi c’è dall’altra parte? Avete sfogliato le riviste di moda degli ultimi anni? Il livello è talmente basso che il dubbio che gli articoli siano scritti da una blogger che non ce l’ha fatta è fortemente lecito.
Parlo del mondo della moda perché è quello che conosco meglio, ma credo che queste considerazioni possano declinarsi a tutti i settori in cui la presenza dei blogger ha causato
impeachment degni di Bill Clinton. Lo scandalo non sono i blogger. Lo scandalo è che quelli che li criticano tanto non sappiano contrastarli con quella professionalità che tanto decantano.
Insomma, quando a me chiedono se sono una blogger, io rispondo “magari”.

E VISSERO FELICI, CON QUALCHE SCAZZO E CONTENTI?

Mi ero appena guadagnata una certa reputazione come single che all’improvviso mi sono ritrovata in una di quelle cose che ormai ero orientata a credere fosse la fantasiosa invenzione di qualche sceneggiatore di film romantici. Quella cosa che gli adulti chiamano “relazione”. Pensate al mio trauma. Sono andati in fumo anni di teorizzazioni sugli uomini, le analisi swot fatte sulla vita da single per migliorarla e farla fruttare al meglio, le classificazioni di case history da usare al bisogno per non ricascarci più, il prontuario con le migliori motivazioni per giustificare che non abbia più chiamato e i frutti di lunghissimi aperitivi con le amiche per cercare di “capire” non si sa bene cosa.

Insomma, a un certo punto ho dovuto resettare tutto e iniziare a farmi una “cultura” nuova. Sulla coppia.

Questi i primi dieci fondamentali di cui ho preso consapevolezza, ma ho ancora molto da imparare.

  1. Se non siete seguaci della moda toy boy, è probabile che avete incontrato un quarantenne che è arrivato o ha superato i 40. Ed è solo. Un motivo ci sarà e voi lo scoprirete. Prima di lasciarvi prendere dagli isterismi per ogni gesto o parola, però, fermatevi un momento a riflettere. Avete quasi 40 anni e siete sole pure voi. Ci sarà un motivo. Pensate che pure lui lo sta scoprendo. Poraccio.
  2. Quelli che prima si preoccupavano di vedervi sola e davano consigli su come vestirvi, tingervi i capelli o migliorare il vostro caratterino per trovare un uomo, svilupperanno improvvisamente l’istinto da ginecologo e inizieranno a preoccuparsi del funzionamento delle vostre ovaie, che a quasi 40 anni… tic tac.  Quindi non pensate che essere in due vi liberi dai rompicoglioni. Probabilmente li raddoppia.
  3. Si campa di rendita solo con gli immobili.  Non con i fidanzati. Insomma, giusto per fare degli esempi, se soffrite di mal di testa, investite sul moment. Se non vi piace farvi la ceretta, investite sulla luce pulsata. Se non avete argomenti di conversazione, investite sulla lettura.
  4. Non rompere i coglioni. Cioè, non su tutto. Bisogna selezionare un paio di cose importanti e puntare su quelle.  Attente però a non avviare il processo di “frantumazione”, che, se non state con Antonio Banderas e la frantumazione non è quella della farina, son cavoli.
  5. Accettare il più serenamente possibile l’incontrovertibile dato di fatto che ha avuto delle ex con cui si è divertito, fatto sesso, parlato, scherzato e che, ahinoi, ha anche amato. D’altronde, se fossero state quelle giuste non sarebbero EX. Si, ok, sbattete pure la testa al muro per sfogare l’irrazionalità.
  6. Chi è stata single nel momento di esplosione di facebook conosce bene le potenzialità del mezzo. Praticamente, se chiamano l’esorcista, dalla mia bacheca ci escono Tom Ponzi e Mata Hari mano nella mano.  Facebook, bisogna usarlo con razionalità. Quindi spiate, ma senza mai farvi beccare. Vi arrabbierete per post, commenti o foto, però poi ragionate. Sono su facebook. E poi provate a dire ad alta voce “abbiamo litigato per facebook” e rendetevi conto di quanto è cretina sta cosa. Ps. Se però, passato un po’ di tempo, continuate a spiargli il profilo, fatevi un paio di domande. Non è sano.
  7. Non iniziate a leggere saggi di filosofia incomprensibili solo perché li legge lui. Continuate con Vogue. Non sembra, però, questo è un concetto profondo.
  8. Tutti gli uomini sono coglionabili. Se il vostro vi sembra non lo sia, rassegnatevi. Siete fesse voi. Però almeno siete sincere.
  9. Dunque. Il romanticismo è relativo. Se per voi è romantico scrivere messaggi di buongiorno o di buonanotte, scriveteli voi, non pretendete che lo faccia lui.  Con il tempo troverete un linguaggio romantico comune. Insomma, se tu vuoi la pancetta al barbecue e lui te la fa trovare, ma che te frega se non ti ha scritto buonanotte.
  10. E’ arrivato il momento di usare una parola che ho sempre aberrato soprattuto quando pensavo a un uomo. Compromesso. Insomma, prima eravamo io e Sky da soli e facevamo come cavolo ci pareva. Poi è arrivato pure lui. E capita che guardi XFactor in differita per vederlo insieme. E pure questo, non sembra, ma è un concetto profondo. Ps. Sul festival di sanremo i compromessi stanno a zero, sia chiaro.

ps. la parte del rispetto reciproco, la stima ecc. l’ho tralasciata, perché… che cavolo l’avete iniziata a fare una relazione se mancano proprio le basi?

 

#LUCKYLADIES: L’ELITE CAFONA DI NAPOLI

Io che credevo che l’alta borghesia fosse ormai roba dei romanzi di Thomas Mann, ieri sera mi sono dovuta ricredere. L’alta borghesia a Napoli c’è ancora e viene rappresentata con il docu reality di Fox Life, Lucky Ladies. Ho cercato di concentrarmi sulle finalità del programma e, tra tutte, l’unica plausibile è quella di far prendere in giro sei donne convinte che avere un conto in banca con un buon numero di zeri le renda più fortunate di altre.  Sono cresciuta a pizza e sex and the city e difendo strenuamente la leggerezza, la frivolezza e i pranzi con le amiche a base di vino e superficialità, ma lucky ladies supera il confine del “leggero” e dell’ironico ed entra nel territorio del volgare. E’ volgare il loro modo di parlare sgrammaticato, quello di raccontarsi, è volgare il loro approccio finto patinato e costruito con più strati di un pan brioche, è volgare l’atteggiamento snob, sono volgari le case cosi piene di marmo che sembra di stare a Carrara, sono volgari i camerieri dei ristoranti che propongono le “bollicine”.

Il lavoro autoriale, poi, si appiattisce sul basso livello dei contenuti. Utilizzare la chiave ironica nella voce narrante avrebbe potuto dare un senso al programma ma chiedere a sei donne cosi di essere autoironiche è come chiedere a Gianni Morandi di dire “stronzo”. Impossibile. Anche se, devo essere onesta, alla descrizione di una lucky lady definita, per giunta a cavolo, “fredda come Sally Spectra” ho riso parecchio. Certo, “fredda come Angelina Jolie” mi avrebbe fatto ridere di più, ma è evidente che il riferimento a Beautiful meglio si adegua all’atmosfera della docu fiction, quella degli abiti da sera firmati Forrester Creations, per intenderci.

Perdonate l’affermazione che potrebbe sembrare un po’ snob, ma purtroppo l’analisi del target deve essere cinica. E questo programma è pensato per un target femminile, di età compresa tra i 35 e i 60 anni, di basso livello culturale, superficialmente ambizioso e convinto che i soldi possano comprare tutto, anche il buon gusto. O per i pidocchi arricchiti, di qualsiasi sesso e fascia d’età.

Il trash è come il colesterolo. Esiste quello buono, genuino che fa divertire, come nel caso de Il Boss delle Cerimonie, appassionare, come nel caso de Il Segreto o di Beautiful, rabbrividire, come nel caso di Malattie imbarazzanti, giusto per fare qualche esempio. E poi esiste quello cattivo, che si traveste da giornalismo come, per esempio, nel caso di Pomeriggio Cinque o da glamour come appunto nel caso delle “fortunate” donne napoletane. E si, perché quando San Gennaro distribuiva la fortuna tutte le altre donne erano a stendere i panni o a fare la spesa. La fortuna è una cosa alto borghese. E’ la sfortuna a essere plebea, ma per saperne di più dovremmo aspettare l’altro docu reality “unlucky ladies”.

SCANDAL: LA STORIA DI UN POLITICAL DRAMA, UN PO’ SPY, UN PO’ ROMANTIC.

scandal_ olivia pope e fitzSono lontani i tempi di “The West Wing”, che, nonostante una trama sempre politically correct, resta in assoluto la migliore serie sulla Casa Bianca mai realizzata. Nello studio ovale in questo periodo televisivo, tra House of Cards e Scandal, succedono più casini che nel letto di Brooke Logan.

Parliamo però di Scandal, serie ideata da Shonda Rhimes, la stessa che ha ucciso Derek in Grey’ s Anatomy per intenderci. Siamo ormai arrivati alla fine della quarta stagione e la conclusione è che … Scandal ha “tenuto botta”, come direbbe Renzi.  Merito senza dubbio della Rhimes capace di correggere più volte la scrittura durante le quattro stagioni salvando la storia dal vortice eccessivamente surreale in cui stava cadendo.

La serie nasce fondamentalmente con una struttura orizzontale. Durante la prima stagione, ogni puntata si apriva con un “scandalo” istituzionale-governativo che Olivia Pope, personaggio che rivaluta le quote rosa, risolveva alla fine. La trama verticale riguardava, più che altro, le vicende personali dei protagonisti, prima fra tutte la storia d’amore fedifraga tra Olivia Pope e il Presidente degli Stati Uniti, così romantica che in alcuni momenti ha fatto impallidire pure il post it di matrimonio tra derek e meredith di grey’s anatomy. Poi all’improvviso è cambiato tutto e, puntata dopo puntata, la serialità verticale ha preso il sopravvento. Sono intervenute associazioni governative segrete, stanze di tortura, imbrogli, bugie e colpi di scena.

Parecchi spunti, quindi, che per essere sviluppati avevano bisogno della serialità verticale, quella che a ogni puntata lascia lo spettatore con il fiato sospeso.

Ed è qui che la Rhimes ha tirato un po’ troppo la corda rischiando di cadere in uno spy drama di basso livello. E’ riuscita però a fermarsi in tempo, restituendo dignità alla trama orizzontale e lasciando a margine quella verticale, in modo da permettere allo spettatore di dimenticare un po’ di abusi di sceneggiatura e tornare a concentrarsi sui fantastici vestiti di Olivia Pope e sulla sua storia d’amore con il Presidente, uomo che, al contrario, sbiadisce le quote blu. Un fregnone attaccato al cappotto di Olivia. Certo con i cappotti che mette lei pure io ci starei attaccata, ma sarei spinta da altre motivazioni.  Intorno a lui ci sono complotti, sabotaggi, persone che nel migliore dei casi vengono uccise, nel peggiore torturate da gente al cui confronto Dexter è un giocatore dell’allegro chirurgo e lui continua a fare l’innamorato adolescente. E che negli Stati Uniti non ci sono i grillini a denunciare i complotti non può essere una giustificazione.

Comunque lo spy drama a Shonda piaceva parecchio. Ha avuto solo bisogno di una stagione di passaggio per capire come riattivarlo. Poi, indovinate un po’, pensa che ci ripensa, ha optato per una morte. Me la immagino a fare la roulette russa con i personaggi principali e nel dubbio intanto decidere di far morire il figlio del Presidente, fatto appositamente tornare dal college dopo che per tre stagioni non lo aveva mai visto nessuno. A questo punto era talmente sicura di aver preso la strada giusta che a fine stagione non ci ha nemmeno lasciato con il dubbio su chi fosse l’assassino, rivelato però solo al pubblico e non ai personaggi. Solo Harrison, collaboratore di Olivia, scopre tutto. E muore. Una vittima la roulette russa doveva pur farla.

La quarta stagione è dunque iniziata con una trama verticale di quelle belle ripide. In 12 puntate, si è svelato il giallo sulla morte del figlio del presidente e, colpo di scena, lo ha capito pure Fitz. Lui e Olivia si sono baciati, lasciati e poi giurati di andare a vivere nella casa super lusso in Vermont. Tutto tre o quattro volte. Anche Jake e Olivia si sono baciati tre o quattro volte e pure loro giurati di tornare nell’isola deserta. Praticamente al momento, l’unica certezza sentimentale della Pope  riguarda il settore immobiliare.  Di sicuro non andrà a vivere in un monolocale.

Sempre durante la quarta stagione, Olivia è stata rapita, liberata ed è stato smantellato un complotto che al confronto le scie chimiche sono diventate biologiche, l’America è entrata in guerra per salvare Olivia nonostante pure lei senza parrucchiere avesse i capelli crespi, i terroristi sono stati sconfitti con disonore e il vice presidente con un’iniezione che gli ha procurato un ictus, uno scandalo omosessuale ha coinvolto il capo dello staff della casa bianca che alla fine sposerà un gigolò di cui però è innamorato, la Cia e tutto lo staff stavano per coglionare il Presidente e lui ovviamente non aveva capito nulla.  Ma tranquilli, tornata Olivia ci ha pensato lei a dirgli che era stato un idiota a entrare in guerra e far morire soldati americani solo per questioni ormonali tra loro due. Questo dopo che Mellie, la first lady, qualche scena prima gli aveva estorto la promessa  di farla diventare presidente al posto suo. Che probabilmente è stato il momento più verosimile di tutte e quattro le stagioni.

Clinton e Hilary devono aver avuto una conversazione simile qualche anno fa.

Insomma, alla fine Fitz si ritrova senza amante e senza nemmeno più la presidenza.

In tutto questo, nonostante la serie possa essere senza dubbio definita politicamente scorretta, il momento dedicato alla commemorazione dei soldati caduti in guerra permette a Shonda di fare pace con il suo patriottismo. Nessuno sceneggiatore americano è immune dalle commemorazioni.

Adesso bisognerà attendere la fine della quarta stagione per capire che svolta verrà data alla storia. Io punto parecchio sull’ipotesi figli extra coniugali dei genitori di Olivia, che non credo avessero la fedeltà coniugale tra i loro pregi. Arriverà un fratellastro di Olivia che la madre terrorista ha allevato come spia del Kgb o una sorella che il padre assassino e torturatore ha trasformato in un sicario? Intanto è indispensabile che qualcuno mandi i servizi segreti a cercare gli attributi che il Presidente ha perso più o meno a metà della prima stagione, perché poi è un attimo che alla Casa Bianca ci ritroviamo Frank Underwood.  E poi sarebbero cacchi pure per Olivia, che un conto è Mellie, un altro è Claire Underwood.

ADDIO DEREK SHEPHERD: LA MORTE DI UN PERSONAGGIO, DI UNA SERIE O DI UNA SHOWRUNNER?

580509847a4942486755lLa morte di Derek in Grey’s Anatomy ha avuto un impatto mediatico ed emotivo così alto che ormai tutte le altre morti premature televisive sono state declassate a normali decessi per vecchiaia. Di quelli insomma che te ne fai una ragione.
Più che Derek però la vera vittima di questa morte è Shonda Rhimes. Le fan di Grey’s si sono coalizzate contro la showrunner e vorrebbero, nell’ordine:

1. Chiuderla nella botola del B613 e farla torturare dal padre di Olivia Pope;
2. Far credere a Emily Thorne che Shonda Rhimes è in realtà Victoria Grayson. Quindi non solo sottoporla alla cieca violenza della vendetta, ma pure a quella della protagonista di una serie competitor;
3. Farla sentire male, ricoverarla allo Sloane Grey Menorial Hospital e farla operare da Amelia Shepherd che purtroppo, dopo la morte di Derek, ha ricominciato a farsi di ossicodone.
4. Fare in modo che Owen si accorga che Amelia non è in grado di operare e chiamare d’urgenza Richard Webber al suo posto. Peccato che pure lui ha ricominciato a farsi i cicchetti. Sempre dopo la morte di Derek.
5. Srotolare lo striscione “chi di sceneggiatura ferisce di sceneggiatura perisce” nella galleria che affaccia sulla sala operatoria dell’ospedale;
6. Farla rapire dall’associazione dei serial killer di criminal minds con richiesta di riscatto direttamente a Obama. Che rifiuta di pagare. Per solidarietà a Fitz di Scandal, che un presidente così bambacione è un’umiliazione troppo grande da digerire.
7. ucciderla seguendo “le regole del delitto perfetto” e poi farsi difendere da Annalise Keating.

Io, onestamente, sono più clemente con Shonda e so che questa affermazione potrebbe mandare pure me dritta nella botola del B613 (in caso fate in modo che a salvarmi arrivi Castle e mi porti nel suo attico a Manhattan).
Prima di tutto, la Rhimes è stata capace di far diventare Grey’s Anatomy il medical drama di riferimento della nostra generazione. Proprio quando eravamo sicure che nessuno ci avrebbe reso un camice bianco più affascinante di quanto facesse il dottor Carter di ER, è arrivato il dottor Stranamore. Proprio quando il Dottor House ha ricominciato a farsi di vicodin e a buttarla in caciara con il lupus è arrivata Cristina Yang. Proprio quando avevamo dimenticato le faccette della dottoressa Giò sono arrivatI gli sguardi da gatta morta di Meredith Grey.
11 stagioni e uno spin off, Private Practice, per una serie tv sono tanti. Il calo autoriale è fisiologico. L’unico rimprovero che faccio a Shonda è che in Grey’s Anatomy il calo iniziato temporalmente subito dopo il disastro aereo è continuato con l’arrivo di nuovi specializzandi che sono serviti più alle esigenze di accoppiamento dei medici interni che ad altro, con una trama appiattita e con l’abbrutimento dei personaggi principali. Insomma, a un certo punto ci siamo ritrovati con la Bailey con il disturbo psichiatrico e con Derek, quello che potenzialmente potrebbe curare l’alzhaimer, che chiede il permesso a Meredith pure per fare una tac ai suoi pazienti.
E’ probabile che il successo di Scandal prima e quello de Le regole del delitto perfetto dopo abbiano distratto Shonda da bisturi e defibrillatori, fino al punto che il pubblico si è ammalato di deficit dell’attenzione. E cos’altro se non l’evento luttuoso con l’articolo determinativo può risvegliare un pubblico mezzo addormentato? D’altronde la morte in Grey’s Anatomy è stata sempre usata come espediente autoriale per rinnovare la trama. La dipartita non tragica di Cristina è solo l’eccezione che conferma la regola.
Di fronte all’ipotesi della chiusura della serie, il tentativo della Rhimes è estremo. Creare una sorta di spin off di Grey’s Anatomy dentro Grey’s Anatomy, intenzione evidente già alla fine della decima stagione, con l’arrivo di due nuovi personaggi con le caratteristiche proprie delle protagoniste e che non a caso sono una, Amelia, la sorella di Derek e l’altra, Maggie, la sorella di Meredith. E poi l’upgrade di Alex e Joe a coppia di riferimento, il litigio di Callie e Arizona per permettere l’ingresso di possibili futuri personaggi, la rinormalizzazione della Bailey a simpatica stronza, il passaggio della residenza in roulotte a Owen che arrivato a Seattle da sfigato alla fine pare abbia fregato tutti e la fragilità della coppia formata da Jackson e April che stiamo solo aspettando di capire con chi la tradirà lui. Probabilmente con Maggie.
Un passaggio al futuro con soluzione di continuità, dunque, che però per potersi davvero definire passaggio ha bisogno di una rottura. La morte di Derek, appunto. Non quella di Meredith che … magari. E si Derek poteva restare in esilio a Washington, ma, l’ho detto prima, la morte in Grey’s è sempre stata il tratto distintivo e poi, parliamoci chiaramente, l’uccisione del dottor Stranamore è uno di quegli avvenimenti che sveglia l’attenzione di tutti. Fan di Kubrik inclusi. Nel dubbio daranno pure loro un’occhiata alla dolorosa puntata, che segnerà o la fine definitiva della serie o il suo nuovo inizio. Io punto su Shonda e sul nuovo inizio. E già adoro Amelia.

SANREMO 2015. THE FIRST DAY AFTER

Recensione n. 6

Dopo i tentativi di snaturare il festival di Sanremo, accennati da Bonolis e tristemente conclamati da Fazio, con la sessantacinquesima edizione siamo finalmente tornati alla versione originale del festival, quella senza pretese di intellettualismi, di battute a ogni costo, di gruppi di autori snob con la puzza di quotidiano sotto le dita che battono sulla tastiera.

Ma andiamo con ordine.

L’anteprima. E’ tutta dedicata ai cantanti che raccontano il loro approccio a questo festival. L’idea è buona e originale, nel senso che qualcuno si è messo lì a pensare come cominciare. Che è quello che dovrebbero fare normalmente gli autori. Operazione più facile con un conduttore non egoriferito. E’ stata un po’ lunga, in verità. D’altronde i tempi dell’anteprima li dettano i blocchi pubblicitari. Quindi, assolvo gli autori.

Il conduttore. Carlo Conti è stato perfetto. Non ha sbagliato nulla. Ha condotto Sanremo nella consapevolezza di essere il presentatore del festival della canzone italiana e non il rivoluzionario che vuole muovere il popolo alla presa del cavallo Rai di Viale Mazzini.

Le vallette. Arisa ed Emma erano emozionate ma alla fine non sono sembrate due deficienti. Sono state quelle che conosciamo, un po’ bambaciona, Arisa e quella con “tutto lu core” Emma. La loro dizione la commenterò quando diventeranno insegnanti di un corso di italiano in streaming. I loro vestiti quando ne indosseranno uno che possa essere considerato tale.

La donna di Raul Bova. Stupenda ed elegantissima in Armani Privè sguazza con grazia e agio nella sua più totale inutilità.

La famiglia numerosa. Il pater familias bigotto sarà pure unto dallo Spirito Santo, ma caspita deve avere gli spermatozoi che si trasformano in un razzo missile con circuiti da mille valvole. Oltretutto, facciamoci due conti. Che se i Dear Jack non li contiamo come uno solo, va a finire che la famiglia più numerosa sul palco dell’Ariston l’ha portata Maria De Filippi.

Tiziano Ferro. Immenso. A quello che lo ha lasciato e fatto soffrire auguro di diventare etero e di innamorarsi della Santanchè. Ricambiato.

Alessandro Siani. Il vuoto co(s)mico.

Al Bano e Romina. Così trash che loro sono diventati icone vintage e noi fan sovietici infervorati. Carlo Conti ha acclamato il bacio. Fazio avrebbe mandato un filmato sulla guerra fredda e chiesto se Putin mangia con la bocca aperta o chiusa.

I cantanti. Al primo ascolto giudico solo i vestiti. Vince lo Stella McCartney di Chiara. Parliamo di vestiti. Che nessuno pensi provo empatia per il suo parrucchiere o per il suo truccatore.

I contenuti. Chiariamo subito una cosa. Report deve avere contenuti. Presa Diretta deve avere contenuti. Sanremo no. Pretendere contenuti da Sanremo è come pretendere la sobrietà da Pomeriggio 5. Sanremo sono le vallette che fanno il “noi abbiamo fatto sanremo perché…” e prendono in giro il conduttore. E, per la cronaca, non è Carlo Conti ad aver copiato Fazio e Saviano. Sono loro che hanno copiato il “noi che” che Carlo Conti ha sempre fatto a “i migliori anni”.

AMICI 14 BOLLITI_recensione n. 5

MARIA-DE-FILIPPI-656x548Ingredienti:
libretto di istruzioni di Ikea
svariati chili di malinconia

Modalità di visione
Sapete che differenza c’è tra un libretto di istruzioni per montare un mobile Ikea e la De Filippi che spiega le regole della nuova edizione di Amici 14? Nessuna, a parte che le prime si leggono e le seconde si ascoltano. A un certo punto ti incarti. O ti avanza qualche vite o la sorte di qualche concorrente che quest’anno può essere eliminato, sostituito, sospeso, sfidato subito o posticipato. Praticamente manca solo la segregazione.

Ovviamente le decisioni vanno prese in sede collegiale. Per eliminare per esempio serve l’unanimità, per il resto varie maggioranze che sinceramente non ho afferrato. Strano che non abbiano previsto di porre la fiducia sulla sorte di qualche concorrente che sta a cuore a Maria come il Jobs Act a Renzi.

Devo riconoscere una cosa, io ogni volta che parte una nuova edizione di Amici sono prevenuta, perché, sarà l’età, ma sono una di quelle fan malinconiche. Quelle che adoravano quando Steve Lachance si alzava in piedi per essere di supporto ai suoi allievi che dovevano fare qualche presa particolarmente impegnativa che lui aveva passato ore a insegnare in sala.

Adesso, più che una scuola, Amici è diventato una battaglia, con i duelli tra i ragazzi che “schierano” i loro compagni per vincere prima le battaglie e poi, si spera, la guerra.

C’è da dire che la tendenza allo show nelle prime due puntate del pomeridiano è stata ridimensionata, anche se pretendere dalla De Filippi la marcia indietro e il ritorno al passato è impensabile. Questione di orgoglio.

Comunque fatto sta che il concetto di insegnare è stato completamente relativizzato.

Sentire Kledi che dice che dopo un mese di casting, un ragazzo non è migliorato e quindi lo elimina è l’apoteosi della superficialità. Quel poveraccio ha fatto i casting per entrare in una scuola per imparare e migliorarsi. Non bisogna chiamare Landini per capire che ci vuole il minimo sindacale del tempo per farlo.

E poi, su, il copione che prevede il professore la cui severità confina la cattiveria è ridicolo.  Nemmeno il poliziotto cattivo nelle serie americane è così …cattivo. Gli alunni i professori li devono rispettare, non li devono temere. Non è così crea l’immagine di un programma rigoroso. E per capire le motivazioni non bisogna nemmeno scomodare Freud. Tanto è vero che, nell’immaginario collettivo,  Mengoni e Noemi sono cantanti, la Amoroso e la Marrone, quelle di Maria De Filippi. La differenza tra XFactor e Amici.

Nella seconda puntata, comunque, è partita la guerra tra i ragazzi. Vengono selezionati due capisquadra, che devono indossare una specie di cappio rosso al collo e scegliere i compagni da far esibire. Chi perde rischia quanto sopra. A giudicarli direttamente solo due docenti. Le decisioni finali invece spettano a tutti gli insegnanti.

Ieri, i due docenti prescelti erano Veronica Peparini, coreografa, e Francesco Sarcina, il nuovo docente entrato quest’anno. Lui che, quando canta, ha solo un grado di separazione dagli urli gastrointestinali di Kekko dei Modà, quando giudica, ha gli occhi chiusi e la mano in fronte e si alza in piedi plateale a dire la sua sulla musica. Insomma un Morgan ma non posso, anche se pare abbia preso con passione il suo compito di insegnante. Ci penseranno gli autori e Maria a farlo apparire un esaltato, che lo abbiamo capito noi che lo stile Morgan paga, figurarsi loro.

The Americans alla vodka_recensione n. 4

the americansIngredienti:
Libro di storia
Pantaloni a zampa (vi verrà voglia di metterli)

Il riferimento a qualcosa condito con la vodka se avete più di 30 anni vi riporta inevitabilmente agli anni Ottanta.  Se ne avete meno, in discoteca,  e in questo caso vi odio.

Comunque qui parliamo di The Americans (la seconda stagione è in questo periodo in onda su Fox), serie tv americana ambientata appunto nei primi anni Ottanta, quando in Italia stavamo, ahinoi, appena scoprendo la moda “paninara” e negli Stati Uniti invece si facevano ancora vedere le influenze degli anni Settanta con i pantaloni a zampa e le gonne a ruota al ginocchio.

Scusate la digressione sulla moda.  The Americans è tutt’altro. E’ una serie tv che parla di spie. Ed è una delle serie che in Italia è più sottovalutata dei reggiseni in cotone di Tezenis. Dicevamo, sono i primi anni Ottanta e siamo in piena guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Philip ed Elizabeth sembrano una classica coppia americana. Due figli, la cucina con l’isola e i pan cake a colazione. In realtà sono due spie del KGB infiltrate nel territorio nemico, che vivono di fronte a un agente del FBI che si occupa appunto del KGB e che crede di aver sedotto una donna russa per avere informazioni riservate ma in realtà il sedotto fesso è lui.  Ah, dimenticavo. Philip è sposato parallelamente anche con una dipendente del FBI. La zitella sfigata che pur di avere un uomo vive con il prosciutto sugli occhi. Certi personaggi sono trasversali. Li puoi trovare in The Americans tra le spie o in Sex and The City tra le scarpe di Manolo.

Raccontata così, starete pensando o che ci sono buoni motivi per sottovalutarla o che io mi sia scolata la bottiglia di vodka di cui sopra.

E invece no, la parte romanzata nella sceneggiatura occupa solo il minimo indispensabile per distinguere una serie da un docureality, probabilmente perché a scriverla è stato Joe Weisberg, agente della Cia attivo fino ai primi anni Novanta. Per il resto basta andare a recuperare i ricordi di quanto studiato sui libri di storia del liceo per capire che la storia è perfettamente contestualizzata, sia a livello di azione sia di psicologia dei personaggi che non risultano mai delle macchiette ma sono interpreti credibili di una storia credibile.

Il punto di forza della sceneggiatura è proprio la capacità degli autori di definire la psicologia dei personaggi. Lui, il fantastico Matthew Rhis che avevamo lasciato a fare commoventi dichiarazioni d’amore al suo compagno in Brothers & Sisters, è un agente che obbedisce al KGB, anche se a tratti mostra dei segni di cedimento alla cultura americana. Insomma in Italia sarebbe finito a rimandare una missione per mangiarsi una carbonara davanti alla partita. Lei algida e spietata, russa più dell’insalata, alla fine è comunque una madre e “i figli so’ piezz e core” anche se sei del Kgb e uccidi gente senza pietà. Loro insieme sono una coppia nata sulla carta per volere della madre patria ma che inevitabilmente e a modo proprio ha iniziato ad amarsi e a litigare. Magari su come uccidere qualcuno e non perché lui ha lasciato la tavoletta del water alzata, ma d’altronde ogni coppia ha i problemi che merita. I loro figli invece sono americani, non conoscono la vera identità dei genitori e vengono educati nel rispetto dei valori del paese in cui sono nati. Pensate di essere della Roma e vedere i vostri figli che crescono tifosi della Lazio. O di essere Borghezio e vedere i vostri figli crescere convinti che siamo tutti uguali.

Comunque, io ogni volta che guardo una puntata mi ritrovo sempre a fare le stesse considerazioni:

  1. a me sfugge completamente il concetto di attaccamento alla patria. Insomma, io la vita non la rischierei mai per un paese dove c’è Calderoli in Parlamento.
  2. Fare le spie negli anni Ottanta era parecchio più facile. Senza smartphone, localizzazioni, gps, telecamere a ogni angolo di strada o doppie spunte blu di whatsapp ci sono molte meno variabili da considerare. Anche mettere le corna negli anni Ottanta doveva essere parecchio più facile. Per fortuna io ero troppo piccola per essere cornuta.
  3. Fbi, Kgb, anni Ottanta o nuovo millennio, nessuna app super tecnologica potrà sostituire la strategia più vecchia del mondo per coglionare un uomo. Il sesso.

Grey’s Anatomy al dente_recensione n. 3 di 365

s anatomy 11Ingredienti:
Kleenex
50 Scatolette di felix al pate’ di tonno
Testosterone

Modalità di visione

Quando inizia una nuova stagione di grey’s anatomy di solito devi avere i kleenex a portata di mano perchè la prima cosa che pensi e’ per la morte di chi hai pianto l’ultima puntata della stagione precedente. Shonda Rhimes uccide personaggi che nemmeno il miglior serial killer di Criminal Minds. Con Cristina però non ci è riuscita anche perché lei piuttosto che farsi fermare il cuore da una showrunner si faceva un autotrapianto usando il cuore…. della showrunner, appunto.

Dunque, io sono tra le addicted di Grey’s Anatomy, ma, bisogna dirlo, ormai è una serie che bisogna mangiare al dente. Insomma, meglio non approfondire la cottura, altrimenti non si potrà fare a meno di riconoscere che non è … più cotta bene come un tempo. D’altronde, la pasta al dente è un po’ dura, ma alla fine si digerisce facilmente.  E continui a mangiarla. Fino alla fine.

E così è Grey’s. Non sarà perfetta, ma te la gusti comunque. Puntata dopo puntata. Meglio al dente che scotta. Chi è che dice no a un carboidrato quando ce l’ha davanti?

Comunque, la prima puntata dell’undicesima stagione non ha portato morti e feriti, ma, se possibile, ha fatto danni ancora più dolorosi.

Shonda Rhimes ha deciso di sterminare il testosterone di Derek Sheperd con una sola battuta. Adesso a recuperarlo gli autori non ci riuscirebbero nemmeno chiamando il Dr House,  l’equipe intera di General Hospital e pure quella di ER per un consulto di gruppo. Anzi, dr House consiglierebbe a Derek di farsi direttamente di Vicodin. E poi chiederebbe degli esami per controllare che lì sotto abbia due cose con una circonferenza superiore a quella delle biglie.

Insomma, per farla breve, Derek ha rinunciato al progetto della mappatura del cervello finanziato dal Governo Americano perché Meredith faccetta  ha fatto i capricci. Diciamoci la verità, il personaggio di Meredith non può campare di rendita per aver impedito che una bomba distruggesse l’ospedale tenendo la mano dentro l’addome di un uomo. A un certo punto deve fare altro. Nemmeno avesse trapiantato un rene con una sola mano e con la luce della sala operatoria puntata sugli occhi. Le sue uniche possibilità di riabilitazione stanno nello smettere di fare la gatta morta, che dopo 11 stagioni sarebbe il caso iniziasse il processo di putrefazione.  Io stasera è un attimo che le apro davanti tutte insieme 50 scatolette di felix al patè di tonno, le faccio venire un’indigestione e poi la faccio finire in una pubblicità progresso sulla prevenzione dell’obesità nelle gatte.

Al momento però il mio vero problema è un altro… da stasera in poi cosa ci farò io con Derek nei miei sogni? La gattara?